In Europa, sono diventate evidenti debolezze cruciali e abbiamo realizzato di essere vulnerabili. È naturale chiedersi se il classico riferimento dello Stato nazionale possa ancora garantirci e i dubbi sono tanti, anche per il mutato e volubile approccio del tradizionale alleato americano. In alternativa, si guarda istintivamente all’Unione europea che opera da decenni, ma ci delude e appare farraginosa, sfibrata nei processi decisionali, oltremodo inefficace sui versanti che preoccupano di più.
Come sappiamo, l’Unione si fonda su trattati fra gli Stati membri, i quali si sono riservati le delibere nodali, sovente all’unanimità. Non esiste la federazione preconizzata alle origini: abbiamo, invece, uno schema diverso che molti ritengono ormai inadeguato e ne chiedono la modifica. Posto che un salto di qualità nell’assetto costituzionale sarebbe certamente positivo, vale la pena di farsi un paio di domande con riguardo ai veri motivi dell’indolenza.
La critica prioritaria investe la regola dell’unanimità per le votazioni al Consiglio (l’organo Ue in cui siedono gli Stati) che equivale a un potere di veto individuale, non di rado paralizzante. Il rilievo, formalmente esatto, funziona come una sorta di alibi collettivo, per additare uno o due colpevoli e nascondere i più ramificati dissidi. Infatti, nei trattati base ci sono norme che permetterebbero di fare subito di meglio. La più significativa consente una «cooperazione rafforzata» fra gli Stati membri che la desiderino, al fine di corroborare l’integrazione e conseguire obiettivi dell’Unione. Per avviarla devono partecipare almeno nove Stati, serve l’avallo della Commissione e l’autorizzazione del Consiglio Ue che è votata solo dai diretti interessati ed è quindi, scontata. Una formula semplice, applicabile a qualsiasi settore di attività Ue, inclusa la politica estera e di sicurezza comune. Diciamo pure che è un virtuoso e legittimo grimaldello che aiuta a superare gli stalli generati dalla mancanza di unanimità o di maggioranza qualificata necessarie per deliberare insieme. Ogni governo può prendere l’iniziativa e raccogliere adesioni, ma è accaduto in pochissimi casi. È difficile comprendere la ragione di un uso talmente sporadico di uno strumento valido, magari non risolutivo al 100 per cento, ma potenzialmente fruttuoso visto che permette agli Stati che lo vogliano di andare avanti, senza essere bloccati dal veto di alcuni.
Quale è allora il motivo reale dell’inerzia e delle titubanze dell’Unione? La spiegazione schietta è che latita la volontà di legarsi in misura più intensa ed estesa. Dunque, la tara principale è politica e discende da scelte deliberate: raramente inconsapevoli, spesso celate da narrazioni artificiose, a volte rivendicate. Ora, quando decidono i governi nazionali, la tendenza a profilarsi con il metro della rispettiva sovranità stupisce meno, anche se non li giustifica. Però, quando agiscono le istituzioni Ue, l’insufficienza dinamica sconcerta e rivela carenze di visione e coraggio. Così, collettivamente, si è perso il passo con l’incalzare degli eventi e non si sono appianati, né si risolvono molti fra i problemi che ci affliggono. Anzi, l’esame del ventennio appena dietro di noi, mostra un accentuarsi della riluttanza e tante proposte innovative si sono arenate o sono state annacquate.
Le radici di parecchie inefficienze dell’Unione si trovano nelle posizioni egoiste dei governi degli Stati membri — taluni più di altri — e nelle inerzie di Consiglio e Consiglio europeo, dove sono i protagonisti e in particolare, vi gestiscono da soli le attività in campo diplomatico e della difesa. È inevitabile rimpiangere le figure guida sapienti, come furono Helmut Kohl e François Mitterrand nel delicato snodo della fine della guerra fredda. Tuttavia, parte della responsabilità va condivisa con due istituzioni Ue: Commissione e Parlamento europeo.
La Commissione è disegnata come il cardine propulsore del sistema Ue, con l’esclusiva — oggi anacronistica — dell’iniziativa legislativa. Dovrebbe mostrare un dinamismo maggiore, focalizzato sui temi nevralgici attuali che rientrano nelle sue competenze, come seppe fare magistralmente con il suo presidente Jacques Delors. Gli esempi sono svariati: un’affidabile politica per le immigrazioni, la sicurezza energetica, un’armonizzazione tributaria che eviti l’elusione e chiuda i paradisi fiscali Ue, l’incremento degli incentivi allo sviluppo tecnologico, una strutturata e fitta rete globale di accordi di libero scambio.
Nel Parlamento europeo andrebbe fatta una seria riflessione sul proprio ruolo. È vero che non ha l’estensione di poteri dei suoi omologhi nazionali, ma è comunque un’eminente assemblea eletta direttamente dai cittadini, con funzioni legislative di rango. Nel complesso, se ne percepisce poco l’influenza. Potrebbe anche dipendere da una curiosa anomalia: nel suo seno non c’è una maggioranza stabile, vincolata da un accordo di coalizione su linea e contenuti. Ancora una volta la carenza risulta essere politica. I parlamentari Ue si aggregano per affinità fra gruppi e partiti essenzialmente per votare il presidente della Commissione, per il resto, sui singoli provvedimenti, le convergenze sono variabili. Una tale fluidità di certo non aiuta questa istituzione a incidere sugli orientamenti e sui processi decisionali dell’Unione, come invece potrebbe fare, ad esempio, diffondendo periodicamente ben mirate risoluzioni di indirizzo parlamentare coerente.

A.N.D.E.
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