L’Occidente al bivio liberale. Il nuovo corso degli Stati Uniti e il rischio cesarismo

Durante la Conferenza di Monaco di metà febbraio, Marco Rubio ha tenuto un discorso dai toni pacati, in cui ha confermato l’amicizia fra Usa ed Europa e ha auspicato un asse comune per contrastare le minacce all’Occidente (e più in generale il suo declino). Rispetto all’intervento aggressivo di Vance l’anno scorso, le parole di Rubio sono apparse concilianti, persino benevole. Letto trasversalmente, il discorso contiene tuttavia un’ idea di Occidente che suscita più di una perplessità. Manca infatti qualsiasi riferimento al pilastro portante, dal punto di vista politico, della civiltà occidentale: la democrazia liberale.
Europa e Stati Uniti condividono memorie, tradizioni, cultura, la fede cristiana. Secondo Rubio, negli ultimi decenni l’Occidente ha rinnegato se stesso: ha perso fiducia nei confronti della propria grandezza, si è fatto sopraffare dai sensi di colpa per i supposti misfatti del passato, si è convinto di essere entrato in una fase di declino irreversibile. Questo pessimismo ha colpito soprattutto l’Europa, che appare oggi paralizzata dalla paure (per il clima, la guerra, la rivoluzione tecnologica) e rassegnata ad una graduale perdita della propria identità culturale.
Il principale obiettivo della Presidenza Trump è reagire a questa sindrome e ripristinare il primato della civiltà occidentale nel mondo. Ciò implica, ha spiegato Rubio, una serie di passaggi: la rottura dei vincoli imposti dalle organizzazioni internazionali, più determinazione nel perseguire i propri interessi, il recupero dell’indipendenza economica, il contrasto alle invasioni migratorie.
L’immagine che emerge dal discorso di Rubio è quella di confronto darwiniano fra civiltà. L’Occidente rischia una «civilisational erasure», una vera e propria estinzione. Per evitarla, non si può più essere «polite», educati e rispettosi: bisogna giocare duro. Un anno di Trumpismo 2.0 ha chiarito il significato concreto di queste parole: smantelliamo l’ordine basato su regole sulla scena internazionale e sfidiamo lo stato di diritto su quella interna. Insomma, smettiamola di sentirci vincolati dalle norme della democrazia liberale.
Il tentativo di annessione della Groenlandia, le pressioni su Zelensky per la cessione di territori a Putin, la creazione di un Board of Peace dalla discutibile struttura autocratica sono gli ultimi esempi della strategia «maleducata e dura» con cui l’America trumpiana intende ripristinare la propria egemonia. Meno noto, nella sua ampiezza e intensità, il versante interno di questa strategia.
Il Rapporto 2026 di Human Rights Watch, appena uscito, tratteggia un quadro allarmante. Nell’ultimo anno il presidente ha ripetutamente ignorato varie sentenze della magistratura e sta ora apertamente sfidando la Corte Suprema sulla questione dazi. Ha cercato di rendere più difficile l’esercizio del voto, ha varato provvedimenti in violazione della privacy, contro la libertà di parola e i diritti delle minoranze, per non parlare delle politiche repressive nei confronti dei migranti e richiedenti asilo. Mentre Rubio parlava a Monaco, gli agenti dell’Immigration Control and Enforcement (Ice) pattugliavano armati le strade di Minneapolis dopo aver ucciso due dimostranti. Sono stati indeboliti gli organismi di vigilanza contro gli abusi di potere dell’amministrazione e vi sono state vere e proprie «purghe» per licenziare funzionari pubblici considerati non allineati, oltre a campagne di intimidazione nei confronti di giornali, studi legali, istituzioni indipendenti.
Il pubblico di Monaco ha reagito al discorso di Rubio con una standing ovation. Molti leader europei hanno plaudito alla ritrovata unità transatlantica e sono sembrati pronti ad accogliere l’invito di Rubio a lavorare insieme per «far tornare grande l’Occidente». Il fatto è che, senza la democrazia liberale, l’obiettivo perde di significato. Il modello occidentale si regge sulla limitazione del potere. La sua «fioritura» economica e culturale è potuta avvenire grazie a un quadro stabile di garanzie contro l’arbitrio dei governanti. Come si fa a «lavorare insieme» senza rispetto reciproco, nel rischio continuo di mosse imprevedibili e di idiosincrasie contingenti da parte del partner più forte?.
L’Europa ha paura, su questo Rubio ha ragione. Per difendersi ha bisogno dell’ombrello americano, deve scendere a compromessi. Ma non è obbligata ad accettare passivamente la narrazione di Trump. Può e deve proporre una contro-narrazione imperniata sui principi liberali e orchestrare attivamente una coalizione globale di «right respecting democracies» (l’espressione è di Human Righs Watch), di democrazie impegnate a rispettare lo stato di diritto. Il premier canadese Mark Carney ci sta già lavorando, la Ue farebbe bene ad appoggiarlo.
Un secolo fa il filosofo tedesco Oswald Spengler predisse che il tramonto dell’Occidente si sarebbe manifestato con l’avvento del «cesarismo»: un uomo solo al comando (come Giulio Cesare dittatore a vita), il ritorno a forme primitive di politica basate solo sulla forza. Gli Stati Uniti stanno avviandosi su questa strada. L’Europa deve trovare il coraggio di opporsi. Nella speranza che nel frattempo i contrappesi della Costituzione e gli anticorpi della società americana riescano ad arginare il decadimento politico della prima e più grande democrazia occidentale.

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