Anche Gantz e l’opposizione si schierano con Netanyahu: «Scandaloso accostarci ai terroristi»

Una «sala operativa d’emergenza» come se fosse scoppiata un’altra guerra. Israel Katz, il ministro degli Esteri, la mette insieme poche ore l’annuncio dall’Aia. L’attacco — com’è considerato in Israele — in qualche modo riunisce i parlamentari divisi dalle lotte politiche. Perché la richiesta di arresto per Benjamin Netanyahu è la prima formulata contro il leader di un Paese democratico e agita tutto il sistema.
Yair Lapid, a capo dell’opposizione, riconosce «il disastro politico» secondo lui causato dal premier, ma ribadisce: «Non possiamo accettare il paragone tra Netanyahu e Sinwar». Le stesse parole vengono ripetute da Merav Michaeli, alla guida dei laburisti fino alla fine del mese: «È uno scandalo», che i nomi del capo del governo e del ministro della Difesa stiano nello stesso testo di accusa che vuole incriminare «un gruppo terrorista e crudele come Hamas». Come dichiara pure Benny Gantz, che pochi giorni fa ha posto un ultimatum al premier «perché cambi rotta, altrimenti portiamo la nave Israele a sfracellarsi sulle rocce»: «Questo passaggio è un crimine storico».
I ministri messianici e oltranzisti come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir — che con i loro proclami sull’«annientamento» dei palestinesi hanno contribuito a formare la decisione dei magistrati — definiscono i procuratori «antisemiti», paragonano il documento alla «propaganda nazista» e incitano Netanyahu ad andare avanti con l’invasione di Gaza. Dal canto suo il procuratore dell’Aia Khan rigetta le accuse, avanzate da Israele «di antisemitismo, di odio, l’idea che applichiamo la legge alla cieca, che favoriamo una parte, mentre siamo ostili all’altra, non potrebbe essere più lontano dal vero».
E tuttavia gli analisti — anche i tanti critici verso il premier più longevo nella storia del Paese — già speculano che i proclami del procuratore capo Karim Ahmad Khan possano in qualche modo aiutare a rilanciare la popolarità in sfacelo di Netanyahu, perché a sentirsi sotto assedio — ancor più di quanto Bibi abbia scelto di descrivere la «minaccia esistenziale» — è tutto il Paese.
A rischiare di non poter viaggiare all’estero (almeno nelle 124 nazioni che hanno firmato lo Statuto di Roma), se la richiesta venisse confermata dai giudici, sarebbero il premier e Yoav Gallant. Mala minaccia riguarda anche i generali, non citati per ora dalla Corte, dai vertici delle forze armate in giù. Una paura collettiva che Bibi esplicita ed estende subito a tutti: «Un atto diretto contro i soldati che combattono a Gaza. Respingo il paragone disgustoso tra Israele, democratico, e gli assassini di massa di Hamas. Cittadini vi prometto che i tentativi di fermarci falliranno». In ogni caso lo stato maggiore stima che la guerra, già all’ottavo mese, potrebbe durarne altri sei.
Il governo israeliano cercherà di spingere gli americani a imporre sanzioni contro il tribunale all’Aia. Il presidente Joe Biden ha già bollato la mossa come «oltraggiosa»: «Non c’è alcuna equivalenza tra Hamas e Israele, anche se è quello che il procuratore sembra implicare». Antony Blinken, il segretario di Stato, rafforza la posizione: «Gli Stati Uniti rifiutano con tutte le forze l’annuncio».

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