12 Febbraio 2026

Un’estrema razione di crudeltà. Fino all’ultimo siamo stati in bilico tra il sollievo e la disperazione. Liberano i prigionieri politici di Caracas, tanti sembrerebbe, cinque spagnoli sono già fuori, anche il nostro Luigi Gasperin, imprenditore settantenne, e il giornalista italo-venezuelano Biagio Pilieri. Ma perché proprio lui no? Passano ore e una notte e ancora giorni dove l’angoscia si mischia alla speranza. Immaginare il cuore provatissimo della madre Armanda e del padre Ezio, già sbalzati oltre i limiti del sopportabile dalla durata della pena che provano e da questa ennesima tortura dell’attesa.
Poi finalmente la buona novella, la notizia dovuta da 423 infiniti giorni: Alberto Trentini è stato scarcerato dalla cella di due metri per due che divideva con un altro detenuto nell’infernale prigione chiamata El Rodeo 1. Torna libero (e con lui Mario Burlò, uomo d’affari torinese). Torna nella sua Venezia, nella casa in zona San Pietro dove proprio la mamma una volta alla settimana, per questo tempo infinito, è passata a controllare che tutto fosse in ordine per quando il suo unico figlio sarebbe uscito dal tunnel sudamericano dove è stato precipitato, senza l’ombra di una colpa, il 15 novembre 2024, un’eternità fa.
Per altri ostaggi come lui, la soluzione è stata molto più celere. Ma forse non sono queste le ore per porsi domande necessarie ma scomode, che comunque non avranno una risposta vera. Adesso è il tempo della gioia, della fine di una vergogna che ci riguarda, la salvezza di un italiano che l’Italia, per quanto ci abbia provato, non è stata in grado da sola di sottrarre a un’ingiustizia insostenibile (altri c’erano riusciti, Francia e Svizzera per esempio). E siamo qui, liberati da un peso che gravava sulla coscienza nazionale, a esultare per un uomo che ha dedicato la vita a medicare ferite e che ha subito una ferita profondissima. Adesso ha un Paese che si sbraccerà ad accoglierlo, come fosse l’eroe che non è quanto piuttosto la vittima innocente, e a lungo trascurata, di un rapimento a scopo di estorsione politica. Di questo si è trattato.
Inutile nascondere a chi vada attribuito il merito della fine di tanto dolore. Anche Trump ha fatto cose buone. Incidentalmente, senza minimamente calcolarlo, per una specie di effetto domino dopo il blitz del 3 gennaio e l’arresto del presidente Maduro, il presidente americano ha indotto il Venezuela a mandare segnali di distensione al mondo. E nella lista dei «salvati» all’ultimo, in extremis, è entrato anche Alberto Trentini, professione cooperante, sequestrato da agenti dell’allora governo per ritorsione contro l’Italia che non aveva riconosciuto la legittimità dell’ultima elezione proprio di Maduro. Era una preda ghiotta, Alberto, italiano «puro», cioè con soltanto la nostra cittadinanza, e come tale preziosa merce di scambio. Poco importava che fosse andato in Venezuela a capo di una missione umanitaria per aiutare i più fragili in un Paese allo sbando. Niente ha contato che fosse arrivato da poco, il che esclude qualsiasi coinvolgimento in attività antigovernative. E neppure ha smosso qualcosa o qualcuno il fatto che in un anno e due mesi di detenzione non sia arrivata al suo avvocato, Alessandra Ballerini, o ai nostri uffici diplomatici, un’accusa formale per cui sarebbe andato un giorno a processo.
Aveva 45 anni quando fu rapito. Ne ha oltre 46 adesso che torna un uomo libero. Prima del precipizio, il suo ultimo messaggio ai genitori è stato: «Saluti dall’aeroporto di Caracas». Lo faceva sempre, dovunque fosse: Etiopia, Nepal, Perù, Bosnia. Mandava anche la posizione, così i suoi stavano più tranquilli. Perché si era scelto quel mestiere, o missione, l’ha spiegato lui stesso con una frase semplicissima: «È impagabile dare qualcosa a questa gente, che ha poco e ti rende sempre un sorriso». E la madre: «Un bravo ragazzo, che ha scelto di girare dappertutto per aiutare gli altri. Quell’estate però non si era mosso, papà Ezio si era ammalato e lui voleva che la situazione fosse più tranquilla prima di ripartire». Lo farà nell’ottobre 2024. E dopo il suo arresto, per molti, moltissimi mesi, la sua sorte verrà coperta da un inspiegabile ma pressoché totale silenzio. Nessuno striscione fuori dai Comuni, nemmeno quello della sua Venezia, a ricordare lo scandalo di un italiano davvero per bene, rubato alla vita da un regime che lo maltrattava da ostaggio. Nessuna iniziativa politica insistita e di rilievo a spingere gli italiani a considerarlo per quello che da principio è: un loro figlio o fratello o nipote. Anche l’informazione, che adesso lo tratterà come un santo da esibire in altare, ha mostrato una colpevole latitanza sulla sua vicenda, tanto è vero che il suo viso, fino a ieri, non era certo popolare e conosciuto.
Eppure salvare Alberto era un dovere di Stato dal primo giorno del suo arresto. Perché italiano, certo, ma anche per dimostrare la capacità, o meglio ancora la volontà della nostra nazione di farsi valere nella difesa dei suoi cittadini più generosi, di quelli che ti fanno sentire l’orgoglio di appartenere a un Paese che ha uomini e donne di valore umano da esportazione, messo al servizio di chi ha disperato bisogno di aiuto, dovunque si trovi, qualsiasi fatica o rischio comporti l’impresa.
Bentornato, Alberto. Questo giornale da domani potrà togliere dalla home page del suo sito il riquadro che ricorda da quanti giorni eri prigioniero, con la scritta «Liberatelo». E adesso aspettiamo che si aprano i portoni delle carceri di Caracas anche per gli altri nostri connazionali, quasi tutti con doppio passaporto, prigionieri per dissidenza o comunque senza garanzie minime di giustizia. Di sicuro, appena sarai nelle condizioni di farlo, ti batterai per loro.

A.N.D.E.
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