Riforme difficili, l’Italia rischia governi deboli e maggioranze variabili
Referendum e conseguenze. La prima conseguenza del referendum sulla giustizia consiste in una conferma: l’assetto istituzionale è intoccabile. A dieci anni di distanza dalla bocciatura della riforma Renzi, l’esito del referendum sulla giustizia è una sentenza definitiva. Nessuno si azzarderà più, per chissà quanto tempo, a tentare di mettere mano alla Costituzione. Con una sola possibile eccezione: plausibilmente, continueranno a incontrare il favore popolare le riforme costituzionali di impronta anti-politica, quelle che servono a ridurre gli spazi di manovra della politica (come la riforma del 1993 dell’immunità parlamentare o la riduzione del numero di deputati e senatori). La seconda conseguenza è che, molto probabilmente, le prossime elezioni porranno termine alla «anomalia» del governo di legislatura: un solo governo, un solo premier, una sola maggioranza parlamentare, per tutta la durata di una legislatura. Dopo la parentesi Meloni si tornerà, probabilmente, alla normalità italiana, ossia al trasformismo parlamentare. Nella legislatura precedente all’attuale ci furono tre diversi governi con tre diverse maggioranze. Ci sono sia ragioni politiche che ragioni costituzionali che fanno ipotizzare un simile esito. Le ragioni politiche hanno a che fare con il fatto che l’indebolimento, a questo punto forse inevitabile, del governo Meloni non significa automaticamente che la vittoria sia a portata di mano della coalizione di sinistra.
È comprensibile l’euforia della sinistra dopo il risultato del referendum ma è un fatto che tale coalizione deve fare i conti con ostacoli politici potenti: come, ad esempio, la diffidenza del ceto medio che, a torto o a ragione, la identifica, come ha osservato Aldo Cazzullo (Corriere, 25 marzo), con il partito delle tasse.
Conta poi, soprattutto, l’assetto istituzionale. Il bicameralismo paritetico (il governo deve disporre della maggioranza in entrambi i rami del Parlamento) è fatto per scoraggiare i governi di legislatura: per una coalizione ottenere la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere è come vincere un terno al lotto. Meloni ci riuscì nel 2022 perché l’opposizione si presentò alle elezioni divisa. Questa volta non sarà così. Il che rende tutt’altro che improbabile il pareggio: nessuna maggioranza coerente fra Camera e Senato. Un pareggio significa «liberi tutti». Significa che le coalizioni che si presentano contrapposte alle elezioni, una volta approdate in Parlamento, si squagliano come neve al sole. Significa che, fatte le elezioni, la formazione dei governi viene affidata alle manovre parlamentari. In questo caso, i governi sono di breve durata. Ne nascono diversi, con diverse maggioranze, nel corso della stessa legislatura. La nostra (intoccabile) Costituzione rende probabile questo esito. Possiamo anche ipotizzare che, a quel punto, si verificherebbero, in Parlamento, disaggregazione e riaggregazioni politiche. E evitiamo di prendere in considerazione lo scenario peggiore: una tale radicalizzazione dei partiti da rendere impraticabile persino il trasformismo.
Comunque, niente di grave, diranno alcuni: i governi di legislatura non appartengono alla nostra tradizione. Che male c’è — penseranno costoro — se si torna all’antico? C’è però un problema che i nostalgici del bel tempo antico sottovalutano. Ha a che fare con il mare in tempesta con cui l’Italia, come il resto d’Europa, deve oggi fare i conti. Mentre le antiche alleanze internazionali si sfaldano e i venti di guerra (dall’Ucraina al Medio Oriente) soffiano impetuosi, la mancanza di un governo stabile, di un nocchiere saldamente al timone, può essere un danno grave.
Gli osservatori internazionali concordano sul fatto che Giorgia Meloni, pur con i limiti e le debolezze strutturali del Paese che rappresenta, ha fin qui agito con una certa autorevolezza sul piano internazionale. Si può anche affermare che il governo ha compensato con l’attivismo internazionale l’immobilismo sul piano interno. Ha tenuto a posto (grazie al tandem Meloni-Giorgetti) i conti pubblici ma è stato incapace di rilanciare produttività e sviluppo. La postura internazionale dell’Italia è certamente dipesa anche dalla abilità del presidente del Consiglio ma, soprattutto, dal fatto che il suo governo era percepito dagli interlocutori come forte e stabile, ancorato a una solida maggioranza parlamentare. È la condizione indispensabile perché un governo venga preso sul serio nelle sedi internazionali.
Basti vedere cosa è accaduto (in un diverso contesto istituzionale, in quel caso semi-presidenziale) al presidente francese Macron. Ha perso immediatamente credibilità internazionale quando si è trovato senza il sostegno di una maggioranza parlamentare. A maggior ragione ciò vale nel caso delle democrazie parlamentari. Un governo che non disponga di un solido e stabile consenso in Parlamento non può essere giudicato affidabile dagli interlocutori internazionali: nessuno si fida delle parole di un capo di governo che potrebbe essere sostituito da un giorno all’altro.
Naturalmente, si può anche dire che, ciascuno con le sue specificità, i governi democratici europei sono oggi tutti in difficoltà (dalla Gran Bretagna di Starmer alla Francia di Macron, alla Germania di Merz). Difficoltà che dipendono dallo stato di crisi in cui versano le democrazie. Pertanto, il ritorno dell’Italia alla sua tradizionale instabilità governativa si inserirebbe dentro un trend europeo. È un’interpretazione possibile. Resta che l’instabilità di governo non è propriamente ciò che serve a un Paese per fronteggiare una congiuntura internazionale così turbolenta come l’attuale. Forse un giorno sarà la forza delle cose, lo stato di necessità, che obbligherà la classe politica parlamentare a fare ciò che oggi, dopo il referendum, è impensabile: cercare nuove vie per dare alla democrazia italiana gli strumenti che servono per tenerla a galla.
