Siamo arrivati al vincolo dell’unanimità in politica estera, bilancio e questioni strategiche che vulcanizza l’Unione, rendendola marginale e irrilevante nel nuovo mondo dei predatori
Nella potente Confederazione polacco-lituana, che tra il XVI e il XVIII secolo dominò l’Europa centro-orientale, il liberum veto era il diritto di ogni singolo membro della Dieta, il Parlamento confederato, di bloccare una proposta legislativa, forzare lo scioglimento di una sessione e far annullare qualsiasi legislazione già approvata. Bastava che uno dei nobili del Sejm dicesse Nie pozwalam!, non lo permetto, e l’unanimità diventava l’unica modalità di approvazione. Applicato con eccessiva frequenza a partire dalla metà del XVII secolo, il liberum veto venne sfruttato a proprio vantaggio dalle potenze confinanti — Russia, Prussia e Austria — che corrompendo anche un solo deputato riuscivano a sabotare leggi e riforme, paralizzando lo Stato. È opinione ormai condivisa dagli storici che esso sia stato la causa principale del declino della Confederazione e in ultima analisi delle successive spartizioni per mano degli ingordi vicini, che più volte fecero sparire la Polonia dalla carta geografica.
Sono passati quasi tre secoli, ma la lezione del liberum veto è drammaticamente attuale. Con casuale ma sintomatica reductio ad unum delle tante ragioni e cause della paralisi europea, siamo arrivati al vincolo dell’unanimità in politica estera, bilancio e questioni strategiche che vulcanizza l’Unione, rendendola marginale e irrilevante nel nuovo mondo dei predatori.
Con autorevolezza e lucidità, Mario Monti su queste pagine ha dato giusto rilievo alle dichiarazioni della presidente del Consiglio che a Bruxelles, quasi fosse una nota a piè di pagina, ha cancellato d’un colpo una storica linea di continuità della politica estera italiana: «Non sono favorevole ad allargare il voto a maggioranza, in luogo dell’unanimità, all’interno delle istituzioni europee», ha detto Giorgia Meloni, aggiungendo che «certo varrebbe e sarebbe utile per l’Ucraina, ma su molti altri temi le posizioni della maggioranza potrebbero essere distanti dalle nostre e dai nostri interessi nazionali, che è mia priorità difendere».
È una cesura importante. Anche se l’affermazione va qualificata. Meloni non è il primo leader italiano che considera il diritto di veto strumento per la difesa degli interessi nazionali. Nel tempo recente l’hanno minacciato o vi hanno fatto ricorso sia premier del centrodestra che del centrosinistra, da Berlusconi a Renzi, a Conte, soprattutto nella prima versione giallo-verde. Di più, se è vero che da sempre l’Italia è stata favorevole a un’estensione del voto a maggioranza qualificata, non c’è dubbio che fosse una posizione europeista piuttosto facile da tenere quando ci si poteva schermire dietro opposizioni irriducibili e forti, a cominciare da quella britannica. Da sempre però, come ha ricordato Monti, il governo italiano è stato dalla parte giusta della Storia, quando si è trattato di vincere resistenze importanti, come nel 1985 per il mercato unico, nel 1990 per aprire la strada all’euro, durante la crisi monetaria o il negoziato sul Next Generation Eu.
Oggi invece Meloni esprime una posizione diversa, corollario di un’idea d’Europa che vuole i governi in posizione di comando, a guardia della propria sovranità nazionale. Si può essere d’accordo o meno, chi scrive non lo è, ma il punto vero è che le sue dichiarazioni contrastano con quelle del ministro degli Esteri Tajani mettendo a nudo una lacerazione interna al governo, che appare inconciliabile e alla lunga insostenibile: «Non ne abbiamo parlato in maggioranza — ha detto il leader di Forza Italia —. La premier ha espresso la sua opinione, io penso invece che si debba fare qualche passo in avanti, siamo una forza europeista nella tradizione di De Gasperi e Berlusconi».
Il vincolo dell’unanimità è oggi il macigno legato ai piedi dell’Europa. Come ha spiegato il deputato europeo Sandro Gozi, autore di un rapporto sulle conseguenze istituzionali dell’allargamento e sulle riforme possibili senza le quali l’Ue non potrà accogliere Paesi come Ucraina e Moldova, «nazionalisti e sovranisti presentano il veto come la migliore garanzia degli interessi nazionali, in realtà è la migliore garanzia della paralisi dell’Ue». Ben oltre l’ampliamento, senza la fine dell’unanimità non potranno mai esserci una politica estera comune, né molte delle riforme suggerite da Mario Draghi nel suo Rapporto sulla competitività.
Un’ultima considerazione. I sovranisti europei rivendicano di essere in tema con le dinamiche globali dove i nuovi uomini forti, da Trump a Xi Jinping, a Putin si muovono su linee ultranazionaliste. La differenza è che loro guidano Superpotenze, economiche o nucleari, mentre una per una le piccole nazioni europee possono solo essere vassalli o sudditi. Se di un sovranismo c’è bisogno per vivere e contare nel mondo frammentato, è quello europeo, per il quale l’unanimità, come il liberum veto della Confederazione polacca, è solo ricetta per il disastro.
