6 Settembre 2026

Il Meridione ha tassi di crescita migliori del Centro-Nord ma finita la spinta del Pnrr occorre non disperderne i frutti

C’era una volta la questione meridionale… sembra una favola, vero? Ed infatti, leggendo i report macroeconomici degli ultimi anni, tutto lascerebbe pensare che lo squilibrio tra le due Italie sia un reperto del passato, una vicenda antica da riesumare ormai soltanto in convegni di storia e sociologia. Nell’ultimo quinquennio, secondo Svimez, il Mezzogiorno ha rappresentato l’area più dinamica del Paese, con una crescita complessiva del 9,5% rispetto al 7,1% nazionale e al 6,6% del Centro-Nord. Come dire: se non siamo al pareggio, poco ci manca. Attenzione, però: i numeri (e ancor più le percentuali) non raccontano mai l’intera trama dei fatti. Dietro quelle cifre si nascondono dettagli sfumati nella penombra, costellazioni di eventi che si vanno formando all’orizzonte. Non a caso, è la stessa Svimez a segnalare le fragilità profonde di uno sviluppo «drogato», almeno in parte, dal Superbonus prima e dal Pnrr successivamente. Siamo alle solite, quindi: nessun «miracolo produttivo» può reggersi sul boom di un solo comparto, anche se si tratta dell’edilizia che da sempre è il motore principale dell’economia meridionale. A maggior ragione se a foraggiarne la crescita sono in gran parte gli investimenti pubblici.
Ecco perché le prossime settimane si annunciano cruciali per capire se la frenetica avanzata del Sud si rivelerà una «bolla» destinata a scoppiare già nel 2027 o se invece il governo, di concerto con gli enti locali, saprà approfittare del trend positivo offrendo gli strumenti necessari a impiantare una rete produttiva molto più solida e articolata.
Naturalmente per raggiungere un simile risultato occorre una visione a largo raggio, che permetta d’immaginare quale sarà il ruolo del Sud nella strategia globale del Paese: sarà un terminale turistico? E di quale turismo, visto che per il momento fronteggiamo un assalto all’arma bianca che mette a dura prova la convivenza tra visitatori e residenti? Oppure sarà il quartier generale di un’industria leggera, con alto livello d’innovazione tecnologica, e di settori imprenditoriali tradizionalmente forti come la farmaceutica e l’aerospazio? O, meglio ancora, si riuscirà ad armonizzare i due spartiti? Diciamo la verità: purtroppo, allo stato delle cose, niente lascia intravedere i contorni di un disegno generale sebbene le prime nuvole rischino di oscurare il cielo già dopo l’estate.
Il 30 giugno è scaduto il termine per ultimare i progetti finanziati dal Pnrr ed entro il 31 agosto l’Italia sarà chiamata da Bruxelles a presentare i rendiconti delle spese sostenute con i 194,4 miliardi ottenuti dall’Unione Europea (parliamo di 71,8 miliardi di sovvenzioni e 122,6 miliardi di prestiti agevolati da restituire entro il 2032). Riassunto: a fine anno, il Piano nazionale di ripresa e resilienza avviato sotto il secondo governo guidato da Giuseppe Conte per affrontare l’emergenza Covid (soprattutto nel Mezzogiorno) scivolerà nell’album dei ricordi. E bisognerà capire quale sarà il modo migliore per non disperderne i frutti che, al di là delle polemiche, ci sono stati, eccome.
Basti pensare che, forse per la prima volta, il Sud ha mostrato una capacità di spesa pressoché ineccepibile. A cominciare dalle amministrazioni comunali: Napoli ha portato a compimento il 90% delle opere che le erano state affidate, Bari ha già completato 25 progetti e altri 18 verranno chiusi al termine del 2026. Perfino la Corte dei Conti ha confermato che, nell’iter realizzativo, il Mezzogiorno è stato di gran lunga più veloce della media nazionale. Il dato spinge a sperare che l’apparato burocratico, ultimo retaggio dell’assistenzialismo pubblico «old style», stia cambiando radicalmente e che la modernità possa una volta per tutte affondare le radici anche oltre il Garigliano. Ma non basta. Quando i lavori saranno terminati, il Meridione potrà contare su infrastrutture sociali molto più estese rispetto al passato.
Si poteva fare senza dubbio meglio (appena il 57% dei progetti destinati ai nidi e alle scuole per l’infanzia è andato in porto) tuttavia siamo di fronte a un diverso punto di partenza. Che, però, fa sorgere ulteriori domande. Le nuove strutture avranno bisogno di finanziamenti statali per vivere: ebbene, il governo metterà a disposizione i fondi necessari? Gli enti locali sapranno costruire strumenti capaci di sostenere le opere realizzate? Un esempio per tutti: il recupero dell’Albergo dei Poveri a Napoli. Parliamo del più grande edificio pubblico europeo e del più corposo investimento culturale fatto con il Pnrr. Il Comune, considerati i tagli del governo ai trasferimenti per gli enti locali, mai e poi mai sarà in grado di sopportarne i costi di gestione. E allora? Esiste un piano per ovviare al problema oppure torneremo all’epoca delle cattedrali nel deserto? Certo, il deserto (forse) non esiste più. Ma la voglia di costruire cattedrali destinate a celebrare il potere temporale di questo o di quell’altro (forse) sopravvive. Nel segno di un Sud che, dopo tanta luce, ora deve affrontare l’ombra di ogni fine. Sapendo, però, di non essere più lo stesso.

A.N.D.E.
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