Nordio (1)

Leggere ogni proposta in termini di aggressioni o rappresaglie intossica il clima e rende più complicati gli interventi necessari

Dopo le scintille degli ultimi giorni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio s’è presentato ieri al Consiglio superiore della magistratura — davanti al capo dello Stato — nella veste di pacificatore. Ha mostrato l’anima dialogante del governo, invocando «leale collaborazione» con l’organo di autogoverno delle toghe e annunciando la richiesta di pareri sulle riforme già presentate e a venire. A cominciare da quella, molto discussa, sulle «pagelle» a giudici e pubblici ministeri. Sottolineando che queste misure, così come lo scambio di idee e gli «arricchimenti» derivanti dai contributi dell’ordine giudiziario, hanno l’obiettivo di ripristinare o rafforzare il «rapporto di fiducia» tra magistratura e collettività. Ottimi propositi e percorsi virtuosi che però avrebbero bisogno, per realizzarsi, di moratoria nelle polemiche e scambi d’accuse reciproche tra i due microcosmi contrapposti della politica e della giustizia. Provando a uscire dalla logica dello scontro, che invece trova sempre nuove occasioni per rianimarsi. Com’è accaduto dopo l’allarme del ministro Crosetto su un presunto complotto di magistrati votati all’opposizione del governo, che nei termini in cui è stato lanciato non aiuta a discutere di riforme in modo costruttivo. Perché tende a strumentalizzare ed essere strumentalizzato.
All’accusa lanciata dal ministro su un’ipotetica opposizione giudiziaria dai contorni generici e protagonisti indefiniti (almeno per ora), gli esponenti della magistratura associata hanno risposto indignati, gridando alla delegittimazione e alla difesa preventiva da qualunque eventuale indagine o processo riguardante esponenti di governo o della maggioranza. I nnescando a loro volta la controreazione della fazione politica che reclama riforme per riportare le toghe nei loro ranghi, con l’opposizione schierata compatta (a parte il partito di Renzi) a loro difesa.
In questo contesto, l’approvazione in Consiglio dei ministri dei criteri di valutazione professionale dei magistrati — indicati in una legge varata nella scorsa legislatura, contro la quale l’Anm aveva già scioperato — ha assunto il sapore di un ulteriore colpo sferrato nella disputa che s’è riaccesa; sebbene, al netto delle perplessità sul peso da dare all’esito dei procedimenti penali gestiti da ogni singolo magistrato, non sembra che nella sostanza ci siano troppe differenze rispetto al sistema attuale. Tant’è che fra gli abituali fustigatori della categoria c’è chi si lamenta per l’occasione mancata. E il tentativo di introdurre quasi di soppiatto il test psicoattitudinale per l’ingresso in magistratura (che fatalmente evoca l’immagine di una specie affetta «da turbe psichiche» di berlusconiana memoria) ha alimentato nuovi sospetti di vendetta.
Tutto insomma viene letto o interpretato nella chiave del conflitto. La separazione delle carriere tra giudici e pm è un tema di cui si discute da oltre trent’anni, fa parte del programma di governo, ma se viene rivendicata e rilanciata insieme all’accusa rivolta ai magistrati di voler condizionare la vita politica, è inevitabile pensare che la si voglia introdurre per limitare l’autonomia dei rappresentanti dell’accusa e avvicinarli (se non sottometterli) all’esecutivo. A dispetto delle solenni promesse del Guardasigilli che mai sarà così, ribadite anche ieri. Anche perché non è chiaro il nesso tra la riforma annunciata e la necessità di bloccare la paventata opposizione giudiziaria, giacché ad essere accusati di remare contro il governo sono ora i pm che conducono inchieste contestate, ora i giudici che emettono provvedimenti sgraditi (vedi gli ultimi in materia di immigrazione, o il recentissimo rinvio a giudizio del sottosegretario Delmastro); distinguendone le carriere, i temuti «oppositori in toga» finirebbero per sdoppiarsi in due filiere, anziché una sola. Dove sarebbe il vantaggio?
Di questo dibattito parallelo sulle riforme, tutto incardinato sulla contrapposizione tra politica e magistratura, non si sente il bisogno; perché serve solo a inquinare il confronto che invece sarebbe necessario condurre senza doppi fini e un’unica finalità: affrontare il merito delle proposte, con il diritto di parola garantito a tutti i protagonisti (magistrati compresi) e arrivare a modifiche utili a rendere efficiente un sistema che arranca. Non altro. Leggere ogni mossa e ogni proposta in termini di aggressioni o rappresaglie serve solo a intossicare il clima, e rendere più complicati gli interventi necessari. Ma per far funzionare la macchina giudiziaria ingolfata e restituire credibilità alla magistratura agli occhi dei cittadini, non per regolare vecchi conti o future sfide.

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