12 Febbraio 2026
pannelli solari

È meglio produrre cibo «made in Italy», contribuendo alla «sovranità alimentare» del Paese o è meglio investire sull’energia rinnovabile, riducendo la dipendenza dagli idrocarburi e avvicinando gli obiettivi che ci siamo dati in fatto di sostenibilità ambientale? Il dilemma è tutt’altro che accademico, investe la scelta tra due modelli economici e si è presentato in tutta la sua concretezza in  un piccolo comune della provincia di Pavia, Dorno, finito assediato da una richiesta monstre di installazione di pannelli solari sui terreni storicamente dedicati alla coltivazione del riso. Ma il caso di Dorno è il simbolo di una scelta per il futuro che anche altre parti d’Italia si trovano ad affrontare. Proviam0 a raccontarla dall’inizio.
Dorno, 4.600 abitanti, si trova nel cuore della Lomellina, in quella fascia di pianura a cavallo tra Piemonte e Lombardia in cui il paesaggio è storicamente disegnato dalle risaie e dove la filiera agricola è un’eccellenza. A Dorno l’amministrazione comunale si è vista proporre da un investitore privato l’installazione su terreni agricoli di una «foresta» di 170.000 pannelli solari, pari a una superficie a  perdita d’occhio di 215 ettari. E non si tratta di un caso isolato. «Se dovessero essere autorizzati – così il sindaco Francesco Perotti ha espresso la sua preoccupazione ai media locali – gli impianti al momento a conoscenza di questo ente, avviati o in itinere, il 20% della superficie destinata all’attività agricola verrebbe occupata da pannelli fotovoltaici, superando al contempo l’estensione del suolo urbanizzato».
Lo scorso dicembre la storia del piccolo comune pavese è finita anche in Parlamento in seguito a una interrogazione presentata dal senatore della Lega (nonché ex ministro dell’agricoltura) Gian Marco Centinaio. «Ho presentato una interrogazione ai ministri dell’Ambiente e dell’Agricoltura per renderli consapevoli di questa inaccettabile situazione. La produzione di energia da fonti rinnovabili è importante, ma non può sopraffare altre priorità come la protezione del territorio, del paesaggio e dell’attività agricola» ha scritto Centinaio.
a come si è giunti a questo punto considerando che – ribadiamo – la questione va ben oltre i confini della provincia di Pavia? Il fotovoltaico in Italia sta attraversando una seconda giovinezza. Tra gennaio e novembre del 2025 le rinnovabili hanno garantito il 41,7% del fabbisogno elettrico nazionale; nella fetta dell’energia «green» il solare ha superato  l’idroelettrico in maniera abbastanza netta. Secondo l’Osservatorio agroenergia di Confagricoltura il 18% di tutta l’energia rinnovabile prodotta in Italia arriva da terreni agricoli.
A questo boom concorrono diversi fattori. Ad esempio gli incentivi pubblici. L’Osservatorio sui conti pubblici dell’università Cattolica di Milano stima che questo sostegno in Italia è circa 25 volte quello della Spagna e 15 volte quello della Germania (e questa è una delle ragioni per cui le bollette in Italia sono più salate rispetto alla media Ue). Una «spinta» decisa anche perché entro il 2030 l’Italia dovrà arrivare a produrre 80 gigawatt di energia pulita mentre attualmente siamo fermi a poco più di 42.
Dunque c’è fame di spazi su cui impiantare pannelli solari ed eccoci arrivati al punto cruciale: quanto può rendere un terreno agricolo? In base a calcoli basati su dati del Crea (consiglio di ricerca per l’economia agraria) si può osservare che il fotovoltaico tende ad essere l’opzione più conveniente nelle aree meno produttive o dove le colture richiedono investimenti maggiori in risorse e attrezzature. Ad esempio in Piemonte i canoni di un seminativo arrivano a 1.400 euro per ettaro mentre la cessione del diritto di superficie per installare pannelli solari oscilla tra i 3.500 e i 5.000 euro. In Lombardia e nel Lazio il dato sale a 5.600 euro, in Sicilia è a 5.000.
Stabilito che questa è la cornice entro la quale ci si muove, si torna alla domanda iniziale: esiste un conflitto tra produrre cibo o produrre energia? Per avere la risposta si torna a Pavia e a chi è direttamente investito del problema. Marta Sempio e Alberto Lasagna sono presidente e direttore della Confagricoltura provinciale e rispondono in maniera netta: «Con il mercato del riso soggetto a oscillazioni forti e il movimento complicato dell’agricoltura oggi chi sceglie il fotovoltaico guadagna due volte di più rispetto alla produzione agricola tradizionale. E il confronto lo facciamo con annate di raccolto particolarmente abbondanti».
Non è detto, tuttavia, che questa situazione piaccia ai due dirigenti di Confagricoltura: «Gli effetti del cambiamento climatico sono evidenti, in Lomellina da sempre il problema era far defluire l’acqua, ora veniamo da anni di siccità e questo si traduce in una incertezza della produzione e dei mercati. D’altro canto abbiamo infrastrutture che chiedono sempre più energia. Ma il rischio maggiore che paventiamo è il Far West». In che senso? «La prima ondata di incentivi partita nel 2009 prevedeva una disciplina precisa: la produzione agricola doveva restare preponderante rispetto a quella di energia. Per questo molte aziende trovarono conveniente quel mix. Gli incentivi del Pnrr invece rendono vantaggiosi impianti di grandi dimensioni, richiedono capacità finanziarie che le aziende agricole non possiedono. Per questo molti finiscono per vendere o affittare i terreni agricoli  a produttori di fotovoltaico. Ma è un mercato drogato e ci chiediamo cosa accadrà quando gli incentivi cesseranno. Per questo non possiamo permetterci di sottrarre troppe superfici all’agricoltura, vorrebbe dire compromettere una filiera produttiva e un equilibrio idrogeologico».
Le aziende che hanno scommesso sull’energia solare non condividono, come è facile immaginare, questa analisi. Rolando Roberto è vicepresidente di Italia Solare, associazione nella quale si riconoscono 1.500 soggetti tra produttori, agricoltori, tecnici del settore: «Quella del conflitto tra noi e il mondo agricolo è la classica fake news, una retorica che serve solo ad alimentare tensioni». E spiega: «Le norme che regolano la produzione agricola sono chiare:  garantiscono la continuità e spingono gli agricoltori a investire sui prodotti più redditizi. In questo quadro la superficie che verrebbe sottratta da installazioni fotovoltaiche è una percentuale minima, attorno all’1% del totale». In altre parole, secondo i calcoli di Italia Solare, i pannelli non rubano terreno all’agricoltura perché, secondo le previsioni al 2030 del Piano Nazionale Energia (PNE), andrebbero a coprire soltanto 60 mila ettari di superficie agricola, su 16,6 milioni di ettari di superficie agricola totale. Secondo Rolando Roberto la sfida è aperta: «Abbiamo l’esigenza di abbattere la nostra dipendenza dagli idrocarburi e abbassare i costi delle bollette. Le rinnovabili sono la soluzione anche perché rappresentano una filiera ormai solida che comprende l’installazione degli impianti, la gestione, la manutenzione, la parte finanziaria».

A.N.D.E.
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