12 Febbraio 2026

Con l’incremento dell’età per la pensione secondo la Cgil oltre 55mila lavoratori che hanno aderito a misure di uscita anticipata dal lavoro rischiano di trovarsi senza reddito e senza contribuzione

Secondo le stime della Cgil sono oltre 55mila i lavoratori che avendo aderito a misure di uscita anticipata dal lavoro rischiano, a partire dal 1° gennaio 2027, di ritrovarsi senza reddito e senza contribuzione a causa dell’adeguamento automatico alla speranza di vita introdotto dalla legge di Bilancio e dall’aggiornamento dei requisiti pensionistici previsto dall’ultimo rapporto della Ragioneria generale dello Stato.

Il nuovo scenario, per l’adeguamento automatico alle aspettative di vita
Con i requisiti pensionistici che continuano a spostarsi in avanti, si rischia una nuova platea di esodati, in attesa delle valutazioni dell’Inps, la Cgil stima gli effetti della legge di Bilancio (dal 1° gennaio 2027 è previsto un incremento di 1 mese dei requisiti pensionistici e dal 1° gennaio 2028 è previsto un ulteriore incremento di 2 mesi per un totale di 3 mesi a decorrere dal 2029), e dell’adeguamento all’aspettativa di vita contenuto nelle tabelle dell’ultimo Rapporto del Ministero dell’Economia e delle Finanze (dal 1° gennaio 2029 è previsto un incremento di 3 mesi e dal 2031 di ulteriori 2 mesi), rispetto ai soli due mesi precedentemente previsti per il biennio 2029 – 2030. Per la Cgil avranno impatto su 55mila lavoratori, numero considerato «assai elevato» da fonti Inps.

Lo scenario, comunque, è cambiato rispetto alle regole su cui erano stati costruiti migliaia di accordi di uscita dal lavoro attraverso isopensione, contratti di espansione e Fondi di solidarietà sottoscritti fino al 31 dicembre 2025, quando «non erano previsti aumenti né nel 2027 né nel 2028 ed era più contenuta la stima per il 2029».

Le platee interessate dall’innalzamento dei requisiti pensionistici
Secondo il responsabile delle politiche previdenziali della Cgil nazionale, Ezio Cigna, se il «governo non interverrà, oltre 23mila lavoratori in isopensione, circa 4mila con contratto di espansione e altri 28mila usciti tramite i Fondi di solidarietà bilaterali rischiano di trovarsi con periodi di vuoto previdenziale senza assegno, senza contributi e senza alcuna tutela. Parliamo di persone che hanno lasciato il lavoro nel pieno rispetto delle regole vigenti, firmando accordi con aziende, sulla base di date certe di accesso alla pensione. L’aumento dei requisiti deciso dal governo cambia quelle regole a posteriori, e scarica interamente sui lavoratori il costo dell’adeguamento alla speranza di vita».
L’Osservatorio Previdenza Cgil considera un «rischio concreto» la formazione di nuova platea di esodati, seppur con caratteristiche diverse rispetto al passato: scoperture pari a un mese nel 2027, due mesi nel 2028 e fino a quattro mesi dal 2029, periodi durante i quali le «persone coinvolte potrebbero non percepire né reddito né pensione».

Le ricadute sui lavoratori in isopensione
Nel periodo compreso tra il 2020 e il 2025 circa 28.800 lavoratrici e lavoratori hanno aderito a un accordo di isopensione, stando ai dati della Cgil, con uscite concordate sulla base di un quadro previsionale che non indicava alcun incremento dei requisiti pensionistici nel 2027 e nel 2028 e che ipotizzava un aumento limitato, pari a due mesi complessivi, soltanto a partire dal biennio 2029–2030. La Cgil stima che circa l’80% della platea – pari a 23.040 persone – abbia usufruito del massimo anticipo possibile di sette anni oppure abbia comunque scelto un’uscita che comporterà la maturazione del diritto alla pensione a partire dal 2027 e negli anni successivi. Questa platea è potenzialmente esposta agli effetti dell’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici introdotto dalla legge di Bilancio 2026 e dall’aggiornamento del Rapporto Mef.
Per questi lavoratori il rischio concreto è quello di un periodo di scopertura al termine del percorso di accompagnamento, con la possibilità di trovarsi senza reddito e senza copertura contributiva, nonostante un’uscita dal lavoro pianificata e concordata nel pieno rispetto delle regole vigenti al momento della sottoscrizione degli accordi.

L’impatto sulle uscite con i contratti di espansione
Il contratto di espansione, non più attivo dal 1° gennaio 2024, è stato interrotto a seguito della decisione del governo di non prorogarne la validità. Con questo strumento le imprese hanno gestito processi di riorganizzazione e ricambio generazionale attraverso uscite volontarie fino a cinque anni prima del raggiungimento dei requisiti pensionistici.
L’assegno di accompagnamento previsto dalla misura è stato calcolato sulla base della normativa pensionistica vigente al momento della sottoscrizione degli accordi, senza prevedere clausole di adeguamento automatico in caso di successivi incrementi dei requisiti. I lavoratori che hanno aderito al contratto di espansione negli anni 2022 e 2023, usufruendo del massimo anticipo consentito, matureranno il diritto alla pensione tra il 2027 e il 2028. Si tratta, pertanto, di una platea pienamente ricompresa nella finestra temporale interessata dagli adeguamenti introdotti dalla legge di Bilancio 2026 e dall’aggiornamento del Rapporto Mef.
Quanti matureranno il diritto alla pensione nel 2027 risulteranno esposti a un incremento pari a un mese, mentre coloro che matureranno il diritto nel 2028 saranno interessati da un incremento pari a due mesi. Essendo la durata massima della misura limitata a cinque anni, le uscite tramite contratto di espansione non risultano coinvolte dagli incrementi previsti a partire dal 2029, che incidono esclusivamente su strumenti di accompagnamento di durata più lunga. Secondo le valutazioni della Cgil, circa 5mila lavoratori hanno lasciato il lavoro con il contratto di espansione nei soli anni 2022 e 2023, di questi la stima è che l’80% – pari a circa 4mila persone – abbia usufruito del massimo anticipo possibile di cinque anni, maturando pertanto il diritto alla pensione nel biennio 2027–2028. Per questi lavoratori secondo la Cgil esiste il rischio concreto che, una volta terminato il periodo di copertura previsto dall’accordo di accompagnamento, il diritto alla pensione non risulti ancora perfezionato a causa dell’aumento dei requisiti introdotto successivamente. Il possibile effetto è la creazione di periodi di scopertura compresi tra uno e due mesi, caratterizzati dall’assenza sia di reddito sia di contribuzione previdenziale.

Gli effetti sulle uscite con i Fondi di solidarietà bilaterali
Un ulteriore canale di uscita anticipata dal lavoro è rappresentato dai Fondi di solidarietà bilaterali che hanno consentito, in specifici settori e contesti aziendali, di accompagnare volontariamente i lavoratori verso la pensione attraverso l’erogazione di un assegno mensile di accompagnamento per un periodo fino a cinque anni. Anche in questo caso gli accordi di uscita sono stati sottoscritti sulla base della normativa pensionistica vigente al momento dell’adesione e non prevedono meccanismi automatici di adeguamento dell’assegno in caso di successiva variazione dei requisiti pensionistici.
Secondo stime della Cgil, dal 2022 al 2025 circa 40mila lavoratori hanno lasciato il lavoro attraverso i Fondi di solidarietà bilaterali, con una media di circa 10mila uscite l’anno. Adottando una stima prudenziale pari al 70% della platea complessiva, circa 28mila lavoratori potrebbero maturare il diritto alla pensione tra il 2027 e il 2028. Anche per questi lavoratori, l’adeguamento dei requisiti pensionistici successivo all’uscita dal lavoro può determinare periodi di scopertura, caratterizzati dall’assenza di reddito e di copertura contributiva, nonostante un percorso di uscita definito e concordato sulla base di regole allora certe.
Per la segretaria confederale della Cgil Lara Ghiglione il «rischio concreto è di creare una nuova generazione di esodati: persone costrette a rincorrere requisiti pensionistici che continuano a spostarsi in avanti. Serve un intervento immediato di tutela e un rafforzamento degli strumenti di accompagnamento alla pensione, come chiediamo da anni. Ma il Governo ha scelto di non confrontarsi: l’ultimo incontro sul tema previdenziale risale infatti al 18 settembre 2023».

A.N.D.E.
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