Non vogliamo anticipare il domani, ma renderlo più ricco di possibilità
Quest’estate in India un’indovina mi ha detto che avrei incontrato la felicità, entro l’anno. Non ho potuto esimermi dal chiederle come si sarebbe manifestata. Ha tentennato, come se avessi chiesto un po’ troppo, ma ha risposto: ci sarà un grande cambiamento.
Non ero soddisfatto, ma mi sono ben guardato dall’andare oltre, provare a connotare con lei la qualità del cambiamento o le sue conseguenze. Cose che potrei fare con uno dei dispositivi di intelligenza artificiale a mia disposizione, che mi farebbero una previsione consequenziale e statistica indicandomi con consolatoria precisione cosa mi aspetta. Non lo voglio fare, ma non per superstizione o snobismo, ma perché mi voglio godere l’incertezza. La mia dimensione discrezionale e umana provo a esercitarla nel non considerare il futuro come la prosecuzione più probabile del passato e nell’evitare di scegliere sempre la strada con meno rischi, meno errori, meno sorprese.
Prima di accadere, ogni novità è statisticamente improbabile.
Lo sono state le conquiste sociali, i nuovi diritti, le rotture artistiche, le imprese che hanno cambiato un mercato, le idee politiche capaci di spostare il confine di ciò che una società considerava possibile. Se il futuro fosse stato affidato soltanto al calcolo delle probabilità, molte di quelle trasformazioni non avrebbero ricevuto il permesso di cominciare.
Una società che cerca soltanto conferme diventa più efficiente, forse, ma anche più uniforme. Riduce l’errore e con esso il tentativo. Si protegge dall’incertezza e finisce per difendersi dal cambiamento. L’omologazione non consiste più nel pensare tutti la stessa cosa, ma nell’essere convinti che le possibilità proposte esauriscano il campo delle scelte.
È un rischio ancora più evidente nella vita democratica. La propaganda liquida conosce le nostre paure, anticipa le nostre reazioni, costruisce per ciascuno una verità compatibile con ciò che è già disposto a credere. Non ci impone una direzione: ci accompagna dolcemente verso quella prevista per noi.
Per spezzare questo automatismo servono cittadini disposti a riprendersi il palcoscenico della storia e agenti di discontinuità capaci di immettere nel presente ciò che ancora non c’è. Qui torna il ruolo degli intellettuali. Non per guidare una massa dall’alto, ma per rendere visibili i conflitti, smontare le false evidenze, offrire parole alle inquietudini che attraversano la società senza riuscire a diventare una voce collettiva.
Servono intellettuali generosi, disposti a perdere la sicurezza dei linguaggi conosciuti e a misurarsi con quelli che stanno nascendo. La penna, la voce, la cinepresa, un podcast, la danza, la satira, le piattaforme: non per assecondare la semplificazione, ma per portare il pensiero dove oggi si forma l’attenzione.
È con questo intendimento che abbiamo voluto chiamare «Senza Permesso» la prossima Stagione della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Un grande centro di conservazione, che custodisce le fonti e le battaglie del passato, prova a trasformarle in un kit di strumenti di conoscenza per la partecipazione attiva. Non per anticipare il futuro, ma per renderlo più ricco di possibilità anche in virtù di quel repertorio di esperienze di cambiamento che il passato ci consegna. Non per suggerire una strada sicura, ma per consentire a ciascuno di riconoscere le strade che altri vorrebbero chiudere.
Mi illudo che fosse questa la proposta di felicità della mia indovina: audace, curiosa e senza permesso per l’individuo che sono e autentica commistione tra partecipazione attiva, cultura e senso della politica per la società che abito, che in un tempo di elezioni locali e nazionali così importanti ha bisogno di trovare nuove strade per una felicità ancora da scrivere.
* direttore Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
