Roma 23/03/2018 : Prima seduta del Senato della 18^ legislatura, i banchi della presidenza vuoti Foto di © Remo Casilli/Sintesi

Con 109 voti favorevoli l’Aula approva il ddl Casellati: 77 i no e un astenuto per il disegno di legge costituzionale. Il testo passa ora alla Camera

Passa senza intoppi al Senato il ddl Casellati sulla riforma del «premierato». Con 109 voti favorevoli, 77 contrari e 1 astenuto l’Aula ha approvato il disegno di legge costituzionale per il passaggio al modello di governo del premierato, con l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Il testo, di iniziativa governativa, ha superato così la prima tappa di un lungo percorso parlamentare che prevede altre tre letture. Ora il provvedimento passa alla Camera. Sarà ridiscussa tra tre mesi a Montecitorio. Il disegno legislativo mira al rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio e introduce la sua elezione diretta da parte dei cittadini. In merito a questo, è stato ipotizzato un ballottaggio tra i primi due candidati di coalizione, nel caso in cui nessuno raggiunga una soglia minima, ancora in via di definizione. Nomina e revoca dei ministri sarebbero affidate al capo dello Stato, su proposta del premier.
Felicità nella maggioranza, con tanto di tricolori sventolati dai banchi e inno d’Italia, mentre i senatori dell’opposizione hanno mostrato alcuni testi della Costituzione per protesta. Tra le prime reazioni al voto quelle della stessa premier Meloni: «Un passo in avanti per rafforzare la democrazia, dare stabilità alle nostre istituzioni e mettere fine ai giochi di palazzo, restituendo ai cittadini il diritto di scegliere da chi essere governati». Le fanno eco le parole del ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani: «Con il voto di oggi abbiamo fatto un importante passo in avanti verso la riforma del Premierato. Una riforma che stiamo facendo per l’Italia, perché serve al Paese, non al governo in carica. Ci auguriamo che per i prossimi passaggi di esame del provvedimento i partiti di opposizione decidano di cambiare atteggiamento e di dare vita ad un vero dialogo nel solo interesse degli italiani». Poco dopo, tutto il gruppo di FdI ha celebrato il voto con un flash mob.
La seduta è stata presieduta dal presidente della Camera alta Ignazio La Russa. Verso le 16 erano cominciate le dichiarazioni di voto, nelle quali il clima è stato molto diverso, rispetto al giorno della bagarre della scorsa settimana alla Camera di Deputati (mercoledì 12 giugno).

Gli schieramenti in Aula
Meloni aveva definito il premierato la «madre di tutte le riforme», proposta di Fratelli d’Italia che ha raccolto il sostegno di tutta la maggioranza. Forza Italia, attraverso le parole di Maurizio Gasparri, presidente dei senatori forzisti, ha votato sì, «perché darà più spazio al popolo e meno al palazzo». Erano arrivate rassicurazioni e voto positivo anche dalla Lega, con il capogruppo in Senato Massimiliano Romeo, che aveva precisato «non si trattasse di uno scambio con l’autonomia, ma di un accordo politico della maggioranza su tutte le riforme, includendo anche quella sulla giustizia».
Il voto in aula mentre Pd, M5s, Avs e +Europa si ritrovavano in Piazza Santa Apostoli per contestare l’iniziativa del governo, insieme a quella sull’autonomia differenziata. Molto critica la segretaria del Pd Elly Schlein: «Una riforma che spacca l’Italia». »In Aule il dem Francesco Boccia ha invece domandato ai senatori: «Non sono bastati 65 decreti legge e  quasi 50 voti di fiducia? Questa è bulimia di potere». Opinione condivisa da Stefano Patuanelli, presidente dei senatori pentastellati. Alla protesta delle opposizioni non hanno partecipato Italia Viva e Azione, che hanno preferito esprimere il proprio dissenso in Senato. Per Iv Enrico Borghi: «Non contestiamo l’idea in sé, ma il disegno disorganico di questo ddl». Il leader di Azione Carlo Calenda aveva invece motivato il suo no «per le conseguenze politiche che avrà questa riforma, perché il premier non può essere blindato, indipendentemente dalla perdita di consensi del suo governo». Per Alleanza Verdi e Sinistra l’hanno invece definita una «riforma pericolosa e dannosa, perché ridurrà i poteri del presidente della Repubblica e del Parlamento».
Tra i senatori a vita, Mario Monti l’aveva etichettata come «una riforma che interessa solo i politici e che allontana i cittadini dalla politica», mentre per Liliana Segre «introdurrà delle contraddizioni insanabili nella nostra Costituzione». Quest’ultima posizione era stata accolta anche dall’appello di 180 costituzionalisti.

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