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25 Marzo 2025 4 minuti letti

Fino a che punto una democrazia può, restando sé stessa, rendere inoffensivo chi cerca di sovvertirla?

Nei suoi anni da docente alla Georgetown University, Madeleine Albright pose agli studenti una domanda dall’apparenza distopica: può un movimento fascista affermarsi negli Stati Uniti? Un ragazzo le rispose di getto: «Sì, perché siamo troppo sicuri che non può». L’eccesso di fiducia nella resilienza delle istituzioni democratiche rischia di farcene trascurare i segni di erosione. «Anziché mobilitarci, andremo avanti felici, certi che le cose volgeranno al meglio, e una mattina ci sveglieremo in un Paese parafascista», annotò l’ex segretaria di Stato di Bill Clinton.

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci. Albright non si riferiva a una riesumazione del fascismo storico. E nemmeno a una marcia su Washington di camicie brune: benché pochi anni dopo qualcosa di non troppo dissimile sarebbe stata tentata contro Capitol Hill. Essendo dovuta fuggire due volte dalla natia Cecoslovacchia, prima dal terrore nazista e poi da quello staliniano, aveva del resto una visione sistemica del totalitarismo, rosso o nero che fosse. Sicché non c’è posto per le piccole beghe di fazione. Sarebbe inoltre puerile tentare di apporre l’etichetta del dittatore all’attuale proteiforme presidente degli Stati Uniti o intonare il de profundis per una democrazia come quella americana. Il sistema, infatti, è dotato (ancora) di robusti contropoteri, come dimostra l’insorgenza delle corti federali contro taluni discutibili ordini esecutivi di Trump.

La questione posta da Albright, letta senza paraocchi ideologici, ha pregio proprio nella sua generalità, perché ci trascina tutti in un tema tale da mandare in cortocircuito l’Occidente liberale (ammesso ch’esso ancora esista): fino a che punto una democrazia può, restando sé stessa, rendere inoffensivo chi cerca di sovvertirla? Il «paradosso della tolleranza» di Popper sta lì, da monito: una comunità caratterizzata da infinita tolleranza è destinata a essere prima stravolta e poi sottomessa dalle proprie frange intolleranti.

 Dunque, per salvare una società aperta e tollerante è necessario un quid di intolleranza. E persino di forza, in casi estremi.
Sono tempi di ferro. E dittatori come Putin o Xi Jinping ci studiano da un pezzo con attenzione, sapendo perfettamente che le democrazie liberali hanno in sé stesse il virus che può ucciderle. Il tiranno di Mosca ha messo in pratica contro di esse una strategia ibrida, meno plateale della selvaggia aggressione all’Ucraina, ma molto pericolosa. La Romania di queste settimane è quasi un caso di scuola: l’eliminazione ope legis di un candidato favorito nella corsa presidenziale sarebbe, in sé, uno strappo tale da indignare non solo i suoi sostenitori ma persino i suoi avversari. Se non fossero parecchie le varianti: Calin Georgescu è un totale sconosciuto che, balzato in breve a tre milioni di follower su TikTok, ha vinto il primo turno elettorale lo scorso autunno grazie a una montagna di soldi e manovre di influenza che hanno stravolto la competizione; non è stato in grado di spiegare da dove venisse una simile cornucopia che, per l’intelligence e la magistratura romene, promana proprio dalla Russia; ha rapporti con movimenti parafascisti come la Guardia di Ferro, volti a sovvertire l’ordine istituzionale; il suo bodyguard, legato alla Brigata Wagner, aveva in casa poco meno di un milione di euro. Queste varianti ci sembrano sufficienti a fermarlo con un po’ di… intolleranza? Sovranisti d’ogni dove, gli stessi che considerano Putin un bonaccione, si sono strappati le vesti strillando al golpe, Elon Musk e J.D. Vance in testa.

Naturalmente il dibattito è aperto (e libero). Ma, con l’aria che tira, non pare del tutto infondata l’idea di Carlo Calenda di uno «scudo democratico» che, attraverso meccanismi di garanzia istituzionali, protegga le elezioni da ingerenze straniere e disinformazione. Perché, senza tornare sull’eterno tema di Orbán quinta colonna in Ungheria, le manovre russe sul fronte orientale europeo sono palesi da anni. E nemmeno l’Europa occidentale è esente da turbative. Se pure Elon Musk non ha spostato di molto i consensi dei nazistoidi tedeschi di AfD con la sua propaganda social per le elezioni del Bundestag, è difficile ignorarne la grave campagna diffamatoria contro il premier britannico Starmer nel tentativo di minare il governo inglese a vantaggio del neofascista e putiniano Tommy Robinson (detenuto nelle patrie galere).

Negli Stati Uniti ciò che resta della libera informazione (secondo Trump a lui avversa al 97% e pertanto «illegale») è in subbuglio. Il saggista Peter Baker osserva sul New York Times che The Donald ha modificato «la percezione della presidenza tra gli americani»: condannato dieci giorni prima per 34 capi d’imputazione, la mattina dell’inaugurazione ha giurato sulla Bibbia di difendere la legge che ha violato.
Da lì ha avviato un braccio di ferro con la giustizia che minaccia di cancellare la tradizionale divisione dei poteri. Il primo Trump fu a lungo inseguito dalle conclusioni dell’intelligence americana sulle intrusioni russe nelle elezioni del 2016: da eletto, varò la teoria delle verità alternative, ovvero intolleranti menzogne impacchettate col sigillo della Casa Bianca per colpire sotto la cintura le democrazie.

Il suo vice, Vance, è venuto alla conferenza di Monaco a bacchettare noi europei per un’asserita scarsa tutela della libertà di parola. Ma quelle di Musk contro Starmer erano fake news, non free speech: e hanno liberamente intossicato la Rete per numerose settimane. In un memorabile discorso all’Anti-Defamation League, l’attore Sacha Baron Cohen ebbe a dire tempo fa che, se negli anni Trenta fosse esistito Facebook, Hitler avrebbe avuto il suo spazio di qualche minuto per spiegare a un miliardo e mezzo di persone la sua «soluzione del problema ebraico». Il confine è sottile, ma proprio Popper lo tracciò per tempo. Era il 1945. E le ferite inferte al mondo dagli intolleranti sanguinavano ancora.

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Tags: di Goffredo Buccini Fonte: Corriere della Sera

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