6 Settembre 2026

La vera sfida non è regolare gli algoritmi, ma realizzare la ridistribuzione del valore che l’AI ricava dalla nostra vita

Nel 1891, con la Rerum novarum, Leone XIII pose il lavoro al centro della dottrina sociale della Chiesa. Il lavoro non era soltanto il mezzo con cui gli esseri umani si procuravano da vivere: era l’espressione della loro dignità, della loro libertà e della loro capacità di trasformare il mondo. Poco più di due mesi fa, la Magnifica Humanitas di Leone XIV ha rilanciato quella lezione nell’epoca dell’intelligenza artificiale, ricordando che la tecnica deve restare al servizio della persona. Fra le due encicliche, tuttavia, è intervenuto un cambiamento che modifica il senso del valore economico e ne precisa l’origine: l’umano.
Poniamoci allora un interrogativo semplice e radicale: da dove nasce il valore sul quale prospera l’intelligenza artificiale? La risposta più comune indica gli algoritmi, la potenza di calcolo e le piattaforme digitali. È una mezza verità. Gli algoritmi non creano la ricchezza che elaborano. La loro materia prima è costituita dalla registrazione delle tracce che gli esseri umani generano vivendo. Ogni giorno miliardi di persone producono dati non solo lavorando, ma anche parlando, scrivendo, guardando, comprando, viaggiando, studiando, ricordando, desiderando e perdendo tempo. Perfino il tempo perduto è tempo ritrovato per le piattaforme, che lo trasformano in dato.
La registrazione di questa forma di vita alimenta i sistemi di intelligenza artificiale. Lo sa bene la politica internazionale. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti, nel confronto strategico che li oppone alla Cina anche sul terreno dei dati, hanno negoziato con alcuni Paesi africani accordi nei quali dati biologici e sanitari figurano fra le principali contropartite economiche. È la dimostrazione che oggi la vita registrata conta anche più delle terre rare che permettono di registrarla.
Ecco una evidenza che trascende la tecnologia. Si è soliti dire che l’intelligenza artificiale crea una nuova ricchezza. Non è così: non crea il valore, lo rivela e se ne appropria. Ma se l’appropriazione è contingente, la produzione di valore attraverso l’esperienza umana è necessaria e nessuna macchina può sostituirla. Da millenni siamo persuasi che il lavoro sia la fonte del valore e il salario il principale strumento per ridistribuirlo. In quell’assetto, l’umano era un’appendice della macchina, che fosse una zappa o una catena di montaggio. Oggi invece è la macchina, l’AI, che diviene un’appendice degli umani, della nostra vita come fonte di valore.
È questo il vero capitale del XXI secolo. Registrando e capitalizzando, il digitale attribuisce un valore dalla alla vita umana: dalla, perché è la vita a generare la ricchezza che alimenta l’intelligenza artificiale; alla, perché soltanto noi, con i nostri bisogni, possiamo attribuire valore ai dati. La rivelazione più importante dell’AI non riguarda dunque l’enorme potenza della macchina, bensì l’inaudita centralità dell’umano. Se è così, ha luogo una rivoluzione politica. La sfida non è regolare gli algoritmi, ma realizzare la ridistribuzione del valore che ricavano dalla vita degli esseri umani.
Occorre cioè un Webfare, un welfare digitale. Come il welfare nacque quando il salario non bastò più a ridistribuire la ricchezza della società industriale, così oggi occorre costruire non un’alternativa al mercato, ma la sua evoluzione e umanizzazione. È il compito scientifico e politico del progetto «Webfare», sviluppato nell’ambito di Scienza Nuova (Università e Politecnico di Torino), sostenuto dal Fondo Italiano per la Scienza Applicata e diretto da Maurizio Ferraris, con la collaborazione di Tania Cerquitelli. Le vie per attuarlo sono quattro.
1. Un Cern europeo dei dati e dell’intelligenza artificiale. È la proposta del Nobel Giorgio Parisi. Come il Cern consentì all’Europa di competere nella grande ricerca scientifica, così una grande infrastruttura comune potrebbe sviluppare modelli di intelligenza artificiale al servizio della ricerca, della sanità, dell’industria e dell’interesse pubblico, restituendo all’Europa una reale sovranità digitale.
2. Un ruolo nuovo dello Stato. Le amministrazioni pubbliche possiedono già un immenso patrimonio di dati sanitari, fiscali, previdenziali e amministrativi. Integrarli, renderli interoperabili e valorizzarli significa migliorare i servizi pubblici, rafforzare la ricerca e restituire ai cittadini una parte del valore che hanno generato.
3. Le cooperative di dati. Cittadini, università, fondi pensione, assicurazioni, ospedali e imprese possono conferire volontariamente le proprie tracce digitali a organizzazioni cooperative che le gestiscano con trasparenza, le valorizzino e ne ridistribuiscano i benefici sotto forma di previdenza, assistenza, ricerca e servizi.
4. Gli usi di civiltà dell’intelligenza artificiale. Non basta rendere più potente l’AI: va resa più umana. Accanto agli usi economici devono svilupparsi usi di civiltà, capaci di orientare i cittadini fra servizi, diritti e opportunità, assisterli nei rapporti con la pubblica amministrazione, rendere più trasparenti norme e contratti, ridurre il divario fra la crescente complessità della società e i bisogni concreti della vita quotidiana.
La Rerum novarum insegnò che il lavoro non era una merce. Oggi siamo chiamati a riconoscere che la vita degli esseri umani è la prima fonte di valore non solo in teoria, ma in pratica. La sfida politica dell’AI non è fermare la tecnologia, ma mettere al servizio dell’umanità il patrimonio che essa stessa genera. Se il secolo scorso ci ha insegnato la dignità del lavoro, il nostro ci chiede di riconoscere fino in fondo la magnifica dignità dell’umano e di tradurla in nuove istituzioni, nuovi diritti e nuove forme di solidarietà. Per edificare una maior humanitas: un’umanità più grande perché finalmente riconosciuta nel valore che produce con il semplice ma immenso fatto di vivere.

A.N.D.E.
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