19 Gennaio 2026

In guerra ogni ferita diventa una sentenza che pesa su un intero futuro. Non solo sul singolo corpo ma sulla comunità sulla possibilità stessa di ricostruire

La disabilità, in un contesto di guerra, non è un imprevisto. È uno degli esiti più riconoscibili del conflitto, la sua continuità nel corpo di chi sopravvive. Anche quando arriva una protesi, resta una traccia che non riguarda solo la perdita funzionale di un arto. La ferita modifica il rapporto con il proprio corpo, con lo spazio, con gli altri, e si inscrive nella memoria come una prova costante della vulnerabilità. Ogni amputazione è un’interruzione di percorso, prima ancora di essere una lesione fisica: un progetto di vita che viene deviato e ha bisogno di essere reimmaginato. La guerra inserisce in quel corpo un’idea nuova e precoce di limite. Un limite che non riguarda solo ciò che manca, ma ciò che sarà necessario sostenere da quel momento in avanti per stare nel mondo senza sentirsi esclusi.
In questi mesi la Striscia di Gaza non è diventata solo teatro di una guerra: è diventata un laboratorio di disabilità pianificata. Le cifre, quando finalmente emergono dall’opacità della guerra, espongono una verità che nessuna società dovrebbe accettare come inevitabile: secondo le stime delle organizzazioni internazionali che operano nella Striscia di Gaza, nel 2025 tra 13.455 e 17.550 persone hanno subito ferite gravi che richiedono assistenza riabilitativa. Le cifre raccolte dalle agenzie umanitarie dicono che Gaza oggi detiene il più alto numero di amputazioni pediatriche pro capite al mondo, numeri alla mano significa che nel corso dell’ultimo anno, in media più di dieci bambini al giorno hanno perso una gamba o un braccio a causa del conflitto. Dire che Gaza ha il più alto tasso di amputazioni pediatriche al mondo non significa maneggiare un dato statistico. Significa guardare a un’intera generazione di bambini che la guerra ha costretto a una negoziazione continua con il proprio corpo. Bambini che non possono più muoversi nello spazio con la libertà che definisce l’infanzia: correre senza motivo, inciampare senza conseguenze, giocare senza che il terreno debba essere misurato. Significa bambini che incontrano barriere ovunque: a scuola — quando la scuola esiste ancora — nei campi profughi, tra le macerie di ciò che era casa, nel tragitto per raggiungere un ambulatorio dove spesso mancano protesi, terapia, personale, elettricità. E significa dipendenza: dalle organizzazioni umanitarie, da un sistema sanitario frammentato, da decisioni politiche lontanissime. Bambini che vivono sospesi tra ciò che il loro corpo era destinato a diventare e ciò che è stato imposto dal conflitto. Non statistiche, dunque, ma esistenze rese precarie da una ferita che si apre ogni giorno: nel dolore fisico, nella mancanza di autonomia, nella coscienza prematura che la normalità – per loro – non è prevista.

Mutilazione e distruzione materiale
A Gaza, la disabilità è stata e resta parte della logica strutturale del conflitto: una conseguenza diretta delle esplosioni che mutilano i corpi e una conseguenza indiretta del crollo totale delle infrastrutture che dovrebbero curarli. A Gaza la mutilazione si sovrappone alla distruzione materiale: in una Striscia dove scuole, ospedali, strade e abitazioni sono state rase al suolo, la perdita fisica non è mai isolata. È inserita in un contesto che impedisce qualsiasi forma di riparazione reale. Un bambino che ha perso una gamba non ha soltanto bisogno di una protesi; ha bisogno di un sistema scolastico funzionante per continuare ad apprendere, ha bisogno di strade percorribili per raggiungere un ospedale, ha bisogno di un’abitazione stabile per poter essere curato ogni giorno. Tutti elementi oggi estremamente rari o del tutto assenti. Alla ferita sul corpo si aggiunge così una ferita sul tempo: la sottrazione dell’orizzonte. Un bambino disabile a Gaza non vive solo la differenza tra “prima” e “dopo” l’amputazione; vive nella sospensione di un futuro che non è garantito. Senza cure continuative, senza riabilitazione, senza terapia del dolore, senza scuola, senza sicurezza, la prospettiva non è quella della guarigione, ma quella della permanente vulnerabilità. Il danno diventa così duplice: fisico e istituzionale. Non è solo il corpo a essere colpito, ma l’intero sistema che dovrebbe sostenerlo. Ed è questo che definisce la gravità di ciò che accade: ogni bambino disabile a Gaza è un bambino a cui la guerra ha tolto la certezza di avere diritti. Di avere protezione, assistenza, educazione, normalità. In altri luoghi del mondo, la disabilità può essere accompagnata da strumenti di emancipazione; a Gaza, troppo spesso, coincide con un destino di isolamento e arresto forzato della vita. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, le persone con disabilità a Gaza sono oggi «esauste e traumatizzate», spesso costrette a strisciare tra le macerie, prive di sedia a rotelle, senza accesso a servizi di base.
In molti casi, le amputazioni sono state inevitabili, ma in altri sono state rese necessarie da ritardi delle cure, infezioni, mancanza di anestesia, soluzioni d’emergenza imposte dal collasso del sistema sanitario.
Quando la guerra amputa, il danno non è provvisorio: la perdita di un arto stabilisce una nuova condizione esistenziale, traccia un prima e un dopo che ridisegna la vita. Sono numerosi gli studi medici su pazienti sopravvissuti ad amputazioni da conflitto che mostrano quanto quelle ferite generino complicazioni a lungo termine, definiscano una mobilità compromessa, aumentino il rischio di patologie associate, soprattutto in contesti dove la riabilitazione è incompleta o assente. Ma la disabilità da guerra non è solo una questione di salute fisica. La perdita di una gamba, di un braccio, di un arto – nella distanza fra il prima e il dopo – interrompe per sempre la vita quotidiana. Se per un adulto significa una ristrutturazione forzata dell’identità: il mestiere, l’autonomia, la dignità agricola o artigianale o manuale, per un bambino significa la fine di ciò che rende l’infanzia: la corsa, il gioco, l’irruenza del corpo che cresce. In luoghi come la Striscia di Gaza, dove la distruzione è sistemica, dove ospedali, strade, case, reti elettriche, acqua e scuole sono stati spazzati via – l’amputazione diventa un marchio permanente. Un bambino con un arto in meno non incontra soltanto la sua menomazione fisica, ma un ambiente che non consente la cura, la protezione, il recupero.
La riabilitazione è intermittente, le protesi forse non arriveranno mai, le terapie psicologiche sono quasi assenti, il ritorno alla scuola è un miraggio. La guerra trasforma così una menomazione in una condizione cronica di esclusione. E c’è un’ulteriore ferita, meno visibile ma altrettanto profonda. Bambini e bambine cresciuti in un ambiente che ha scelto di normalizzare il dolore imparano presto che la disabilità è la loro eredità. Le psicoterapie e gli aiuti psichiatrici, quando esistono, arrivano con ritardo. Le ferite invisibili – paura, senso di colpa, tristezza, impotenza – diventano parte del corpo che non si vede. In questo contesto – fisico, sociale, psicologico – ogni amputazione diventa una sentenza che pesa su un intero futuro. Non solo sul singolo corpo, ma sulla comunità, sulla possibilità stessa di ricostruire un quotidiano che somigli a una vita.
Chi sopravvive non è una vittima temporanea: è un testimone permanente di ciò che la guerra – e l’indifferenza – è disposta a infliggere all’innocenza dei corpi in crescita.

A.N.D.E.
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