Unito alle elezioni, ancora diviso nella politica estera: quando in Parlamento si toccano i temi caldi della politica estera, l’opposizione, per lo più, non riesce a proporre una mozione unitaria
Non c’è nulla di irrazionale. L’opposizione non si limita a sperare, nell’immediato, in una vittoria del «no» al referendum per dare una botta al governo Meloni. Fa anche calcoli su quante possibilità esistano che, dopo le elezioni dell’anno prossimo, la coalizione di destra si trovi senza una maggioranza parlamentare. Magari, chissà?, a causa di un buon successo elettorale del generale Vannacci. Una simile eventualità darebbe qualche chance, se non a tutta l’opposizione, quanto meno al Partito democratico, di rientrare in gioco.
Tutto ciò non è irragionevole. Così come non lo è tenere insieme una coalizione (il cosiddetto «campo largo») nonostante essa non sia affatto credibile (lo dicono tutti i sondaggi) come alternativa elettorale al centrodestra. È comunque razionale tenerla in piedi. E, viste le profonde divisioni che l’attraversano, lo è anche farle ogni giorno la respirazione bocca a bocca. È razionale perché, nonostante si tratti di una coalizione che, come disse una volta l’Economist di Silvio Berlusconi, è unfit to govern, inadatta a governare, si rivelerà comunque utile al momento delle elezioni: l’opposizione unita guadagnerà comunque più seggi di quelli che ne guadagnerebbe divisa. E ciò rassicura parlamentari uscenti e potenziali esordienti.
Facciamo però un gioco di fantasia. Immaginiamo che qualcuno pensi sul serio che tale coalizione debba essere messa nelle condizioni di poter vincere o, quanto meno, di non partire già sconfitta. Dovrebbe, si dice, dotarsi di una strategia migliore. Ma c’è, come vedremo, un ostacolo forse insormontabile. Sarebbe ingeneroso accusare l’opposizione di fare promesse irrealistiche, promesse che lo stato dei conti pubblici non permetterebbe mai di onorare. Sarebbe ingeneroso perché è tipico di tutte le opposizioni promettere la luna nel pozzo (lo faceva anche Fratelli d’Italia quando era all’opposizione) salvo poi abbassare la cresta e le penne quando si arriva al governo. No, l’ostacolo non è questo, non sta nell’irrealismo delle promesse. Sta nell’incapacità del Partito democratico di imporre all’insieme della coalizione di sinistra una posizione comune sulla politica estera.
L’ipocrisia politica obbliga chi ne parla a sostenere che le forze dell’opposizione dovrebbero trovare un «accordo» fra loro su un tema così vitale. Ma la verità è che non è una questione di accordi ma del fatto che esista, oppure non esista, la capacità del partito più forte della coalizione di obbligare i partner a convergere sulle sue posizioni. È solo con i diktat del più forte che una coalizione può adottare una posizione unitaria. Se la capacità di imporre diktat non c’è, nessuna posizione comune emergerà.
Nella coalizione di governo la Lega ci tiene a far sapere ogni giorno che le sue posizioni in politica estera non coincidono con quelle della presidenza del Consiglio. Ma lo squilibrio delle forze fra Fratelli d’Italia e la Lega è tale che quest’ultima, pur mugugnando, è costretta a subire le scelte di politica estera di Giorgia Meloni. Non è una questione di «accordi». È una questione di rapporti di forza. Se per ipotesi il centro-destra vincesse le prossime elezioni ma, contemporaneamente, si riducesse la distanza fra Fratelli d’Italia e la Lega a favore di quest’ultima, la politica estera del governo ne sarebbe molto più condizionata di quanto lo sia oggi.
Un’antica dottrina lo definiva «primato della politica estera». Ossia, è l’interazione fra coloro che governano i vari Paesi e il mondo esterno a condizionarne la politica interna. È sempre stato così. Oggi in un quadro internazionale fluttuante, altamente instabile, e in accelerato movimento, è solo più evidente a tanti di quanto lo fosse in un’epoca (ormai tramontata) di maggiore stabilità internazionale.
Una coalizione di opposizione che volesse essere davvero competitiva nei confronti della maggioranza uscente dovrebbe onorare due condizioni. Dovrebbe, in primo luogo, avere un profilo unitario, da tutti facilmente riconoscibile, ossia parlare con una voce sola, sulle questioni più vitali della politica estera del Paese. Dovrebbe, in secondo luogo, cercare ogni possibile convergenza su tali questioni con il governo in nome dell’interesse nazionale. Legittimando così se stessa come potenziale forza di governo sia all’interno, a fronte degli elettori indecisi, sia agli occhi dei governi dei Paesi amici o alleati. È ciò che fece Giorgia Meloni quando era all’opposizione del governo Draghi. Ma, naturalmente, non può darsi la seconda condizione (la convergenza) se non si dà la prima (il profilo unitario).
Quanto al profilo unitario ce ne sono ben poche tracce nel caso dell’opposizione italiana. Quando in Parlamento si toccano i temi caldi della politica estera, l’opposizione, per lo più, non riesce a proporre una mozione unitaria. Non si divide solo quando (Iran, Gaza) si tratta di chiedere a Meloni una rottura di fatto con gli Stati Uniti. Una posizione che, se fosse al governo, la sinistra non potrebbe sostenere. Essa è, in realtà, divisa sui fondamentali. A cominciare dalla guerra in Ucraina. Se il campo largo non fosse solo, come è, un semplice (ma utile) cartello elettorale, se fosse di più di questo, ossia una potenziale coalizione di governo, allora, ormai da un pezzo, il Pd sarebbe riuscito a mettere in riga i partner imponendo loro le sue scelte.
Quanto alla convergenza con il governo vale ciò che ricordava Francesco Verderami (Corriere, 14 marzo): pur di polemizzare con l’esecutivo l’opposizione è disposta a rinnegare, su questioni vitali per la collocazione internazionale dell’Italia, le scelte fatte, anche in tempi recenti, dai suoi stessi esponenti. In queste condizioni non può esserci alcun tavolo comune fra maggioranza e opposizione sulla politica estera.
Il mondo, Italia compresa, è entrato, per restarci, in acque internazionali agitatissime e assai pericolose. Chi, in politica, vuole essere preso sul serio deve tenerne conto.
