Il discorso ai generali. Al netto della cialtroneria e di un canone retorico che ha più a che fare con il bar che con la dignità della carica, sbaglieremmo a non prendere sul serio la pulsione autoritaria che lo anima
Lo hanno accolto senza applausi. E lui si è infastidito: «Non sono mai entrato in un’aula così silenziosa». «Se non vi piace quello che dirò, potete andarvene. Naturalmente perderete il vostro grado e il vostro futuro», ha aggiunto tra il serio e la celia.
Davanti ai vertici militari convocati da tutto il mondo nella base di Quantico in Virginia, fatto per sé straordinario e senza precedenti, Donald Trump ha parlato per 73 minuti vagando tra le sue ossessioni spettinate: Biden e l’auto-penna, i giornalisti viscidi, la sinistra cattiva, i dazi, il Premio Nobel che non gli hanno ancora dato. Poco o nulla sui nemici esterni dell’America: Putin lo ha «deluso», un cenno fugace alla Cina. Ma al minuto 44 ha sganciato la bomba. «Il nemico ci sta invadendo dall’interno. Le città governate dai democratici sono posti pericolosi e noi le raddrizzeremo una alla volta. Anche questa è una guerra e le persone in questa stanza devono dare una mano. Ho detto a Peter Hegseth (il capo del Pentagono, ndr) che dovremmo usare alcune di queste città come terreno di addestramento per i nostri militari. Molto presto entreremo a Chicago».
Se un Capo di Stato o di governo in qualsiasi altro Paese democratico avesse ipotizzato l’impiego dell’esercito per ristabilire l’ordine in città governate dall’opposizione, avremmo parlato di linguaggio golpista. Al netto della cialtroneria e di un canone retorico che ha più a che fare con il bar che con la dignità della carica, sbaglieremmo a non prendere sul serio il discorso di Trump e la pulsione autoritaria che lo anima. Centinaia di generali e ammiragli sanno ora come il presidente vuole usare la loro immensa forza: contro gli stessi cittadini. E forse a un certo punto dovranno scegliere tra Trump e il loro giuramento alla Costituzione. La democrazia in America rimane forte. Ma come dice il giornalista e scrittore George Packer, «i meccanismi di controllo non sono astratti, ma azionati dalle persone. Nella Corte Suprema, nel Congresso, nell’amministrazione. Quando queste non lo fanno, non c’è limite alla smania di potere di un presidente».
