12 Febbraio 2026

Nella stessa data si voterà anche per elezioni suppletive

Come preannunciato dalla premier Giorgia Meloni in occasione della conferenza stampa di inizio anno, il Consiglio dei ministri ha fissato per il 22 e 23 marzo le date in cui si svolgerà il referendum confermativo della riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere dei magistrati. Si tratta di un referendum che prescinde dal quorum. Il che significa che la consultazione popolare è valida al di là di quanti elettori si recheranno alle urne e dunque si procede al conteggio dei voti indipendentemente dalla partecipazione. Una caratteristica, questa, che lo distingue dal referendum abrogativo, con il quale si decide se abrogare o meno una legge, e che invece prevede un quorum per la sua validità (almeno il 50% più uno degli aventi diritto deve recarsi a votare). Sarà sufficiente anche un solo voto in più dei favorevoli alla riforma o di quelli contrari per confermare o meno la modifica della Carta. Il referendum confermativo è disciplinato dall’articolo 138 della Costituzione. La riforma del governo Meloni modifica il Titolo IV della Costituzione con l’obiettivo di separare le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti. Negli stessi giorni si svolgeranno le elezioni suppletive che serviranno a scegliere i subentranti dei seggi lasciati liberi da due deputati leghisti, Alberto Stefani e Massimo Bitonci, entrambi eletti alle elezioni politiche del 2022 nei collegi uninominali Veneto 2. Il mandato di Stefani è cessato lo scorso 9 dicembre, dopo essere stato eletto presidente del Veneto. Il mandato di Bitonci è invece cessato il 28 dicembre, a seguito della sua nomina ad assessore alle imprese e al commercio della Regione Veneto.
Intanto il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il “No”, Carlo Guglielmi ha fatto sapere che “domani informerà il presidente della Repubblica e i comitati promotori parlamentari delle nostre iniziative a tutela della legalità repubblicana in tutte le sedi giudiziarie che la Costituzione prevede”. «Il governo ha deciso di ignorare la Costituzione che concede tre mesi per la proposizione del referendum e la prassi applicativa che ne è conseguita da decenni, giungendo a sfottere con un suo ministro gli oltre 350mila cittadini che in pochi giorni hanno firmato dicendo che il loro diritto ha la stessa consistenza e merita lo stesso riguardo rispetto all’ipotesi che suo nonno fosse un treno. Dato che purtroppo nel governo non c’è cultura istituzionale ce ne dovremo fare carico noi». Mentre il leader dei 5s Giuseppe Conte, al Tg3, ha voluto sottolineare come la riforma “non aiuterà in nulla i cittadini che non avranno processi più brevi. Servirà soltanto al governo di turno e ai politici per diventare sempre più intoccabili e sottrarsi alle inchieste della magistratura”. La responsabile Giustizia del Partito Democratico, Debora Serracchiani in un post su Facebook scrive: «Il governo non rispetta i cittadini. Mentre oltre 355.000 persone stanno firmando, decide di corsa la data del referendum sulla giustizia. Perché tutta questa fretta? Perché hanno paura. Paura che le persone si informino. Paura che capiscano. Paura di un voto libero e consapevole. È una forzatura. L’ennesima. Per questo non bisogna fermarsi adesso. Continuiamo a firmare e a far firmare. Più firme ci sono, più è chiaro che non possono ignorarci. La democrazia non può essere messa a tacere».

Le novità contenute nella riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati:
Due Csm
Vengono previsti due distinti organi di autogoverno, il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente.
Composizione e sorteggio dei due Csm
Una delle principali innovazioni relative ai due organi di autogoverno della magistratura riguarda la loro composizione. La presidenza di entrambi i Csm è attribuita al Presidente della Repubblica, mentre sono membri di diritto del Consiglio superiore della magistratura giudicante e del Consiglio superiore della magistratura requirente, rispettivamente, il primo Presidente della Corte di Cassazione e il Procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli altri componenti di ciascuno dei Csm sono estratti a sorte, per un terzo da un elenco di professori e avvocati compilato dal Parlamento in seduta comune e, per i restanti due terzi, rispettivamente, tra i magistrati giudicanti e tra i magistrati requirenti. Si prevede, inoltre, che i vicepresidenti di ciascuno degli organi siano eletti fra i componenti sorteggiati dall’elenco compilato dal Parlamento. I componenti designati mediante sorteggio durano in carica quattro anni e non possono partecipare alla procedura di sorteggio successiva. I componenti non possono, finché sono in carica, essere iscritti negli albi professionali né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale.

Nasce l’Altra Corte disciplinare
Altra novità riguarda l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare cui è attribuita la giurisdizione disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari, sia giudicanti che requirenti. L’organo è composto da 15 giudici così selezionati: 3 componenti nominati dal Presidente della Repubblica; 3 componenti estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento in seduta comune; 6 componenti estratti a sorte tra i magistrati giudicanti in possesso di specifici requisiti; 3 componenti estratti a sorte tra i magistrati requirenti in possesso di specifici requisiti. Il presidente dell’Alta Corte deve essere individuato tra i componenti nominati dal Presidente della Repubblica e quelli sorteggiati dall’elenco compilato dal Parlamento. Si prevede la possibilità di impugnare le sentenze dell’Alta Corte dinanzi all’Alta Corte medesima, che giudica in composizione differente rispetto al giudizio di prima istanza. I giudici dell’Alta Corte durano in carica quattro anni. L’incarico non può essere rinnovato. L’ufficio di giudice dell’Alta Corte è incompatibile con quelli di membro del Parlamento, del Parlamento europeo, di un Consiglio regionale e del Governo, con l’esercizio della professione di avvocato e con ogni altra carica e ufficio indicati dalla legge.
Con l’ufficializzazione delle date si riaccende il dibattito tra favorevoli e contrari alla separazione delle carriere.

Unione delle Camere penali italiane e il Comitato per il “Sì”
Per l’Unione delle Camere penali italiane e il Comitato per il Sì “Con l’ufficializzazione delle date si apre finalmente la campagna referendaria. Da oggi fino al giorno del voto ci sarà il tempo necessario per spiegare nel merito questa riforma e permettere ai cittadini di farsi un’opinione informata e consapevole”. «La separazione delle carriere non indebolisce la magistratura e non la sottopone alla politica – osserva Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali – serve invece a rendere più chiaro e più equilibrato il funzionamento della giustizia, nel pieno rispetto dei principi della Costituzione. Da qui al voto – aggiunge – lavoreremo per ribadire i contenuti reali della riforma e per smontare le falsità che stanno circolando in queste settimane: chi continua a diffondere allarmi infondati dimostra di non avere argomenti nel merito. La democrazia si rafforza quando si vota su ciò che è scritto, non su ciò che viene falsamente raccontato».

Foti sulla possibilità di un ricorso
«L’unica cosa che non manca in Italia è la possibilità di fare ricorsi, il problema però è farseli accogliere…». Lo ha detto il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, lasciando Palazzo Chigi, rispondendo a una domanda sul rischio di un ricorso dopo la decisione del governo di far svolgere il referendum sulla giustizia il 22 e 23 marzo. E se, gli è stato domandato, il ricorso dovesse essere accolto? «Se mio nonno fosse un treno…», ha tagliato corto Foti.

Costa: “Da Forza Italia massimo impegno per il sì”
«Stabilita la data del referendum, il nostro impegno sarà massimo per spiegare la riforma nel merito, punto per punto. Forza Italia è pronta per una campagna appassionata, comune per comune, a sostegno di una legge che rappresenta un pilastro del nostro programma e della nostra storia». Lo scrive, in una nota, Enrico Costa, deputato di FI e vicepresidente della commissione Giustizia della Camera.

Picierno (Pd): “Non bisogna lasciare alle destre la bandiera delle garanzie e delle riforme”
«Oggi più che mai occorre uscire dalla tenaglia ideologica che soffoca il dibattito italiano: quella tra garantismo e giustizialismo. Due parole che troppo spesso diventano etichette tribali, usate per scomunicare l’avversario invece che per costruire una giustizia più credibile, più equilibrata, più efficace. Leonardo Sciascia lo diceva con una lucidità che ci parla ancora oggi: ‘Mi ripugna quando mi sento dire che sono un garantista. Io non sono un garantista: sono uno che crede nel diritto, che crede nella giustizia’. Ecco il punto: non si tratta di difendere una categoria, né di alimentare uno scontro ideologico permanente. Si tratta di difendere lo Stato di diritto e l’equilibrio tra poteri, cioè la qualità della democrazia». Così Pina Picierno del Pd, vicepresidente Parlamento Ue, in un messaggio all’iniziativa di Libertà Eguale a Firenze ‘La sinistra che vota sì’. “E dentro questo orizzonte riformista si colloca anche il confronto sulla separazione delle carriere: tema serio, discusso da decenni, che va affrontato senza demonizzazioni e senza propaganda, con l’obiettivo di rendere più chiari i ruoli nel processo e più forte l’imparzialità del giudice, aumentando la fiducia dei cittadini nella giustizia. Molti di voi lo ricordano bene: la stagione delle riforme del processo penale non nasce ‘a destra’, tutt’altro. È stata una battaglia culturale e politica della sinistra riformista da sempre». «Per questo è fondamentale ribadire una cosa semplice: non dobbiamo lasciare alle destre la bandiera delle garanzie e delle riforme. È stato un errore farlo in passato, e oggi ne paghiamo le conseguenze, perché senza giustizia credibile non c’è coesione sociale e non c’è democrazia solida. Questo confronto è utile al Paese e utile alla sinistra, se vuole tornare ad essere una forza di governo: capace di difendere i diritti e, insieme, di cambiare davvero le istituzioni senza paura e senza ipocrisie».

A.N.D.E.
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