6 Settembre 2026

Sarebbe ora di fare un bilancio, a distanza di 55 anni dalla istituzione, delle regioni italiane, per misurare punti di forza e punti di debolezza, sui quali poter calibrare politiche e scelte del personale idoneo ai nuovi indirizzi

Si è conclusa la vicenda delle candidature della sinistra alle presidenze regionali. Il regionalismo ne esce bene, perché i tre candidati hanno buone esperienze amministrative e due ottimi passati professionali. Non ne esce bene, invece, la democrazia, per diversi motivi. In primo luogo, ci si domanda perché due partiti che hanno l’uno più di cinque milioni, l’altro più di quattro milioni di elettori sono così a corto di personale politico di vaglia da sentire il bisogno di trasferire da Strasburgo, dove siedono da appena un anno, ben tre candidati. Questo è il segnale preoccupante di una ristrettezza della classe partitica al vertice: la distanza tra numero di elettori e numero di candidabili con possibilità di successo è prova del carattere oligarchico di partiti che, strumento principale della democrazia, non sono essi stessi democratici al loro interno.
Il divario tra Paese reale e Paese legale (intesi in un senso diverso da quello coniato da François Guizot in Francia, durante la Restaurazione, e da quello più forte utilizzato dai politici italiani del Risorgimento) è troppo forte per reggere al test della democrazia. E spiega anche perché sia così diffuso lo scetticismo per la politica e perché il grado di consenso per i partiti sia fermo da quasi un quindicennio. C’è, poi, l’altro segnale preoccupante, quello del modo in cui è avvenuto il «trasferimento» dal quarto livello, quello europeo, al secondo, quello regionale, della competizione elettorale: con una sorta di «comando» deciso da segretari di partito ormai tanto diversi dai veri e propri «leader» politici, che dispongono delle candidature come proprie pedine.
Il terzo motivo di preoccupazione sta nel disinteresse per la costruzione europea che emerge dalle scelte fatte dai due partiti della cosiddetta coalizione. Dovremmo pensare che la politica di tre regioni è più rilevante, per due dei partiti della sinistra, della politica europea, e questo proprio in un momento critico, nel quale la voce dell’Unione dovrebbe farsi sentire con maggiore forza? Di quale prestigio possono godere, domani, tra le 27 nazioni europee, quei partiti che, solo un anno dopo le elezioni nel maggiore dei consessi politici globali, prendono tre persone di vaglia per cercare di vincere elezioni regionali? Se si pensava che quei candidati fossero le persone giuste per governare le regioni, perché le si sono inviate a Strasburgo solo l’anno scorso? Le difficoltà fatte da uno dei candidati sono segni di un potere eccessivo affidato ai presidenti regionali, visto che sono temibili, anche «ex post», per i loro stessi colleghi di partito?
Queste considerazioni inducono a chiedersi se non sarebbe ora di fare un bilancio, a distanza di 55 anni dalla istituzione, delle regioni italiane, per misurare punti di forza e punti di debolezza, sui quali poter calibrare politiche regionali, nazionali e sovranazionali, e le conseguenti scelte del personale politico idoneo ai nuovi indirizzi.
Le regioni nacquero, dopo la lunga attesa (22 anni dalla «promessa» costituzionale), «per la salvezza dello Stato» (così si diceva allora, sbagliando). Partirono con dotazioni limitate, prese in parte dagli uffici statali decentrati, in parte dagli enti locali. Secondo il disegno costituzionale di allora, dovevano essere enti di legislazione, appoggiandosi per l’amministrazione sulle spalle più robuste e sperimentate degli enti locali, province e comuni. Ebbero un «taglio» territoriale ispirato a delimitazioni antiche. Tanto che presto Miglio ed altri proposero di creare macroregioni meglio rispondenti alla distribuzione contemporanea della popolazione sul territorio.
Su un istituto gracile piovve la sanità, che oggi impegna circa tre quarti della spesa regionale e quasi tutto il suo peso politico, da quando i partiti, allora nel loro fulgore, hanno moltiplicato i sistemi delle spoglie. Più tardi venne la presidenzializzazione, che ha prodotto l’attuale evidente personalizzazione e verticizzazione delle regioni. Infine, la cosiddetta autonomia differenziata, sostenuta nella prima fase malamente ( il «residuo fiscale», cioè amministro io quello che pagano i miei cittadini), poi divenuta un pleonasmo, perché autonomia vuol dire differenziazione, tant’è vero che già oggi — per fare solo un esempio — vi sono in Italia calendari venatori diversi, perché a determinarli sono le regioni. Infine, ora, con una inversione di tendenza rispetto al disegno originario, le regioni sono principalmente corpi amministrativi con una esile testa legislativa. Una verifica, dunque, sarebbe necessaria, per misurare le forze di quegli istituti che la Costituzione voleva come corpi dotati dello stesso potere legislativo del Parlamento nazionale.

A.N.D.E.
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