La segretaria del Pd dopo la vittoria in Campania e Puglia: “Uniti si stravince. è andata meglio delle aspettative. Il riscatto parte da qui, ora hanno terrore”
«Uniti non si vince, si stravince». Tanto, prima o poi, «l’aria s’adda cagnà». Cita Pino Daniele, la segretaria del Pd appena sbarcata a Napoli, nel quartier generale di Roberto Fico, per festeggiare insieme agli alleati la ì>doppietta del centrosinistra nel Sud Italia. Soddisfatta, nonostante la sconfitta, anche per il risultato in Veneto «dove la coalizione progressista ha raddoppiato i voti rispetto a cinque anni fa». Un segnale di speranza pure questo. Perché «il nostro è un lavoro di squadra», rivendica emozionata Elly Schlein prima di risalire in macchina e puntare dritto verso Bari. La premessa per un possibile ribaltone alle politiche, nel quale tutti — lei per prima — cominciano a credere davvero.
Non sarà troppo ottimista?
«Al contrario. Guardi cosa è successo. In Campania non ha vinto solo la nostra coalizione, ha perso Giorgia Meloni che oggi ha poco da saltellare. Ha candidato un esponente del governo e suo fedelissimo di FdI. Ha schierato tutti i ministri. Ha fatto una mossa vintage rispolverando il condono di Berlusconi del 2003, ma non ha funzionato. I cittadini hanno capito che li stavano prendendo in giro. È lei la vera sconfitta, tanto più in Puglia e pure in Veneto, dove sperava di superare la Lega e le è andata male».
Due vittorie tanto ampie se le aspettava?
«Sinceramente? È andata oltre le nostre migliori aspettative. Attendiamo la fine dello spoglio, ma già adesso che siamo oltre la metà in Puglia il distacco è di 30 punti, in Campania di 25 e in Veneto siamo cresciuti di 13 punti rispetto a cinque anni fa. Gli elettori hanno premiato lo sforzo unitario del centrosinistra e noi andremo dritti in questa direzione».
Non sarà la solita rondine che non fa primavera, è pronta a giurare che non vi sfascerete alla prima occasione utile?
«Io credo che da questa coalizione, la stessa messa in campo in tutte le regioni, non si possa più tornare indietro. Penso che tutti siamo ormai consapevoli che stare insieme, attorno a un programma condiviso, sia condizione non sufficiente ma necessaria per battere la destra. Il messaggio restituito dalle urne è molto chiaro: l’alternativa c’è ed è competitiva. Il riscatto parte dal Sud e nel 2027 ci farà vincere contro il governo più antimeridionalista della storia, che vuole spaccare l’Italia con l’autonomia differenziata».
È sicura che vi basti il Sud?
«Se restiamo uniti possiamo giocarcela anche in quella parte del Paese dove i sovranisti sono in vantaggio e noi però, sebbene meno forti, cresciamo molto nel consenso, come è accaduto in Veneto. In questo senso la Campania insegna: è stato fatto un gran lavoro di squadra per mettere insieme le differenze, riuscendo a trovare — anche nelle differenze — la forza di un disegno comune rivolto alle cittadine e ai cittadini».
Un conto sono le regionali, un altro le politiche però.
«Ma è la strada giusta su cui insistere, sapendo che non partiamo da zero. In tante città e regioni già governiamo insieme e in Parlamento portiamo avanti battaglie condivise. Ricordo i 16 emendamenti alla manovra firmati da tutti i gruppi di opposizione su temi che interessano le persone: sanità pubblica, scuola, lavoro, politiche industriali, sicurezza. Possono diventare l’ossatura del nostro progetto per l’Italia».
Intanto Donzelli, vertice di FdI, ha detto che la legge elettorale va cambiata perché l’attuale non assicura stabilità. Lo farà con voi?
«Ma bravi: ora che hanno capito che perderanno le politiche vogliono cambiare le regole del gioco. Peccato che la destra non ci abbia ancora fatto alcuna proposta concreta. Se lo farà valuteremo».
È un’apertura?
«Non ho detto questo. Dico solo che Donzelli parte da due pessime premesse che a mio avviso non giustificano nessun intervento sulla legge elettorale. Primo, il terrore di una probabile sconfitta: mi pare evidente che nel 2022, se avessimo avuto la coalizione che abbiamo costruito per le regionali, non sarebbe andata come è andata. Secondo, la riforma del premierato, che noi continueremo a contrastare duramente perché accentra ancor di più il potere nelle mani di chi governa, ridimensiona il ruolo del Parlamento e anche le prerogative del presidente della Repubblica. Tutte cose sbagliate, che non siamo disposti ad accettare».
Comunque vada, per il centrosinistra si apre un bel problema: chi farà il candidato premier? Come lo sceglierete?
«Nessun problema, troveremo senz’altro una modalità condivisa. È chiaro che se guardiamo alla legge attuale ci si può accordare sul segretario del partito che prende un voto in più. Dopodiché ci sono anche altre modalità verso le quali sono apertissima. Ad esempio le primarie di coalizione. Ma lo decideremo insieme perché è così che si funziona in un’alleanza ampia e articolata come la nostra. Lo abbiamo già fatto e mi pare sia pure andata piuttosto bene».
Segretaria ora che le prove generali di campo largo le avete superate, non è tempo di riunire tutti gli alleati e siglare un patto di coalizione anche per le politiche?
«Guardi che questo lavoro lo stiamo già facendo. E i risultati ci stanno dando ragione. Da domani ci metteremo all’opera per consolidare il progetto per l’Italia che, ripeto, da anni portiamo avanti in Parlamento, nelle città e nelle regioni che governiamo, per dare ai cittadini quelle risposte che il governo Meloni non è in grado di offrire. Ma dobbiamo farlo nel Paese e con il Paese, non restando chiusi in una stanza. Bisogna coinvolgere gli astensionisti che non credono più che il loro voto possa cambiare le cose. Nel confronto con la società civile, i sindacati, il mondo accademico e produttivo, i sindaci. In questo modo non vinceremo le prossime elezioni, le stravinceremo».
