11 Dicembre 2025

La politica del catenaccio non basta. Per la manovra serve una visione più ampia con uno sguardo anche alle prossime generazioni

La battaglia della Finanziaria, che sembra campale, è in realtà una scaramuccia. Si combatte sul campo dello status quo. Piccole fette di una torta già piccola e destinata a rimpicciolirsi ancor di più nei prossimi due anni di «crescita-zerovirgola», eppur contese fino all’ultima briciola da partiti famelici. E perfino la solenne liturgia di uno sciopero generale per un rituale che non vale una messa.
Il «presentismo», con la conseguente indifferenza per il futuro, è del resto uno sport nazionale. Perfino nel calcio: dovevamo pensarci vent’anni fa a costruire una generazione di campioni, se volevamo evitare il rischio di perdere il terzo Mondiale di seguito. Ma non c’è niente da fare: siamo incorreggibilmente short term. Di tutta la nostra spesa pubblica per il Welfare, solo l’11% è orientata al futuro. Il restante 89% è gestione del presente (questo dato, come tutti gli altri, è tratto dal rapporto di Teha Group per il Forum Welfare, Italia 2025).
La responsabilità è innanzitutto dei governi. Di questo governo, dunque, nel caso specifico. L’esecutivo Meloni ha giocato benissimo in difesa per quattro anni, operando a protezione del bilancio pubblico e della nostra credibilità internazionale meglio di molti predecessori considerati più «europeisti» (diamo a Giorgetti ciò che è di Giorgetti: stiamo per uscire anticipatamente dalla procedura di deficit eccessivo della Ue, con spread ai minimi e conseguenti risparmi di spesa per interessi sul debito).
Ma non si è vista l’offensiva, uno schema di attacco allo status quo, per l’appunto. Quella voglia di svincolare il Paese e di farlo correre verso nuove conquiste che pure era stata la promessa vincente del melonismo alle ultime votazioni, e il mandato di quella base «populista» che ne sostiene la coalizione elettorale. Con un’unica eccezione: una apprezzabile tendenza agli sgravi fiscali sul lavoro, azzoppata però negli effetti dalla limitatezza delle risorse disponibili. Che saranno però ben presto anche minori: in tre anni cresceremo in tutto di due punti percentuali di Pil, se ci va bene: la metà dell’eurozona. Siamo tornati a essere gli ultimi della classe.
L’attitudine al «catenaccio» nella speranza che passi la nottata, la tendenza a occuparsi delle prossime elezioni invece che delle prossime generazioni, per quanto non giustificata, è comprensibile in politica. Contemplare infatti il futuro dell’Italia, e spiegarlo agli italiani, fa davvero paura. Entro quindici anni (non molto tempo) la nostra spesa per un welfare pur così conservativo supererà il trilione di euro (1.068 miliardi, oggi ne spendiamo 670). Dove prenderemo tutti questi soldi? Dove li prenderemo se continua ciò che in un suo libro il demografo Alessandro Rosina ha definito il «degiovanimento» della nostra nazione (La scomparsa dei giovani, edizioni Chiarelettere).
Voi direte: ma che ci può fare Giorgia Meloni se gli italiani non fanno più figli? A parte il fatto che qualcosa (qualcosina) le politiche pubbliche possono fare. Pensate che le previsioni, fino al 2011, non erano così brutte: l’Istat calcolava, nello scenario ritenuto più verosimile, che le nascite annuali non sarebbero mai scese sotto le 500 mila nei successivi cinquant’anni. E invece: siamo già a poco più di 350 mila.
Ma il problema non è neanche questo. Il problema vero è: quanti di quei 350 mila italiani saranno rimasti ancora qui all’età di 25 anni, cioè nel 2050 (quando la popolazione sarà tornata ai livelli del 1967, l’era delle gemelle Kessler)?
Sei milioni e mezzo di nostri connazionali vivono già oggi all’estero (un milione in più degli stranieri che risultano residenti in Italia); e il flusso cresce di continuo. Sono in massima parte giovani e giovani adulti. Una vera e propria fuga: + 38% in un anno. Già abbiamo pochissimi laureati (solo la Romania ne sforna di meno in Europa). In più se ne vanno. E le ragioni sono note. Un infermiere in Italia guadagna 1,8 volte meno che in Germania, un medico 1,1 volte meno. Per ogni cento euro di stipendio di un nostro docente, l’equivalente tedesco ne incassa 211 (a parità di potere di acquisto). Non ve ne andreste anche voi? E infatti siamo poco attrattivi anche per i lavoratori stranieri qualificati: solo Polonia e Austria ne attirano meno di noi.
Siamo l’unico Paese in cui i salari medi sono diminuiti dal 2000 ad oggi. Quattro regioni del nostro Sud, due delle quali stanno per andare al voto parlando d’altro, sono tra le cinque d’Europa con più persone a rischio povertà (dopo Calabria, Campania e Sicilia, c’è lo Yuzhen tsentralen bulgaro, appena prima della Puglia).
Se non si possono dare colpe a un governo perché nascono meno italiani, se ne possono dargliene molte perché non riusciamo a tenerci neanche quelli che abbiamo: rendendo loro la vita più facile, alimentando la speranza che si possano realizzare qui meglio che altrove.
Una tenaglia fatta di risorse che calano, popolazione che si riduce, disuguaglianze che aumentano, stringe in una morsa l’Italia di domani. Il governo Meloni è al suo ultimo anno. È saldo, straccia record di durata, potrebbe perfino fare il bis nella prossima legislatura, per la prima volta nella Seconda Repubblica. Forse può rischiare di prendere un golletto in difesa per osare un po’ di più in attacco. Tanto alla fine la Storia, come il calcio, non perdona gli ignavi.

A.N.D.E.
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