Scontri di piazza e arresti: se l’esecutivo tenta di orientare l’operato di pm e giudici viene meno la garanzia di indipendenza
La reazione che forse più di altre dovrebbe preoccupare il governo all’indomani del nuovo decreto sicurezza, è quella degli avvocati italiani. L’Unione delle Camere penali è schierata ventre a terra nella campagna referendaria in favore della riforma costituzionale della magistratura, ma l’altro giorno, proprio davanti alla platea dell’unione, le parole del ministro della Giustizia che provava a spiegare le ragioni dell’ultimo provvedimento sono state accolte da ostentati mugugni. «Se applicando la legge uno che ha preso a martellate un poliziotto rischiando di ammazzarlo va agli arresti domiciliari, vuol dire che va cambiata la legge», ha detto Nordio suscitando rumorosi dissensi. Tanto che il ministro s’è affrettato a rassicurarli: «Non la cambieremo, ma di fronte alle esigenze di sicurezza dei cittadini e fenomeni così devastanti un silenzio dello Stato sarebbe stato impossibile».
Da tecnici del diritto, gli avvocati sanno bene che l’ordinanza con cui la giudice di Torino ha messo agli arresti domiciliari un indagato per concorso nell’aggressione a un agente durante i disordini del 31 gennaio, mentre i pubblici ministeri chiedevano la conferma della detenzione in carcere, sono ben motivati e dimostrano come la distinzione di ruolo tra chi accusa e chi giudica funzioni già. A prescindere dalla divisione delle carriere tra giudici e pm che resta una questione più di principio che di sostanza; una questione culturale prima che di concreta incidenza sulle singole decisioni.
Dopodiché il ministro è passato a illustrare il fermo preventivo introdotto per impedire gli incidenti, ha precisato che senza i tumulti al corteo pro-Askatasuna le nuove norme forse non sarebbero nemmeno state fatte, e ha ribadito che comunque non si tratta di «limitazioni alla manifestazione del pensiero»; al che la reazione degli avvocati è stata quasi irridente: «Vabbe’, ma che deve di’…».
I penalisti per primi sono consapevoli delle criticità, delle difficoltà di applicazione e persino delle sospette incostituzionalità di un pacchetto di misure che è stato riscritto quattro volte per superare il primo vaglio di non manifesto contrasto con i principi fondamentali della Costituzione operato dal Quirinale. Ma al di là dei dissensi più o meno espliciti, difficilmente gli interventi del governo serviranno a evitare non solo scontri organizzati e pianificati come quelli di sabato scorso, ma anche il presunto doppiopesismo denunciato dal governo e dalla maggioranza nei provvedimenti che riguardano da un lato gli esponenti delle forze dell’ordine e dall’altro i manifestanti.
La scarcerazione del giovane fermato e accusato di lesioni a pubblico ufficiale viene paragonata con l’indagine per omicidio volontario a carico del poliziotto che a Rogoredo ha sparato e ucciso uno spacciatore che gli aveva puntato contro una pistola (poi rivelatasi finta); ma si tratta di due situazioni molto differenti tra loro. A Rogoredo c’è stato un morto, e per svolgere gli accertamenti necessari con tutte le garanzie a sostegno dello sparatore e della sua versione, era difficile ipotizzare un reato diverso dall’omicidio (in astratto, poi gli esiti diranno il resto) a carico dell’inquisito. A Torino invece l’agente vittima aggredito anche a colpi di martello vibrati sulle gambe e sulla schiena, è stato ricoverato e dimesso il giorno dopo con una prognosi di venti giorni; un referto che impedisce di ipotizzare anche il reato di lesioni gravissime, tantomeno il subito invocato tentato omicidio. E dalle immagini che tutti hanno visto sembra abbastanza chiaro che il ragazzo fermato (l’unico a volto scoperto del gruppo di aggressori, vestito di rosso e riconoscibilissimo), non abbia partecipato materialmente al pestaggio; di qui gli arresti in casa, considerati dal giudice sufficienti a non reiterare lo stesso comportamento.
Per il resto, non è detto che con la nuova norma che evita l’automatica iscrizione sul registrato degli indagati quando «appare evidente» che chi spara agisce in stato di necessità, si sarebbe potuta applicare al caso di Rogoredo. E in ogni caso, come ha spiegato a La Stampa l’avvocato Francesco Petrelli, presidente delle Camere penali, anche senza iscrizione «la persona viene di fatto indagata; stiamo giocando un po’ con le parole».
E in tempi di propaganda e di campagna elettorale le parole si sprecano, anche a sproposito. Con un’ulteriore conseguenza: un governo e una maggioranza che immaginano di poter stabilire preventivamente i reati da contestare e poi le misure da applicare agli indagati, rischiano di fornire ulteriori argomenti a chi sostiene che dietro la riforma ci siano altri obiettivi rispetto alle norme scritte. Come ripetono sempre Nordio e i sostenitori della riforma, il nuovo assetto costituzionale della magistratura garantisce l’indipendenza dei pm perché nella formulazione del nuovo articolo della Costituzione è scritto a chiare lettere. Ma se quella riforma è proposta e varata da un potere politico che ritiene di dover orientare l’operato degli stessi pm e dei giudici perché bisogna remare tutti nella stessa direzione, allora quella garanzia finisce per scricchiolare.
