La versione della bozza rivista dai leader del continente prevede fronte congelato e adesione all’Unione già nel 2027
Un piano di pace uno e trino. Per cercare di arrivare a una proposta di accordo condivisa, le trattative condotte sull’asse tra Stati Uniti, Europa e Ucraina si sono divise in tre, cercando di calibrare i punti per non rendere il risultato finale svantaggioso per Kiev. La chiave è assicurare all’Ucraina un futuro di nazione indipendente, con solide garanzie occidentali non solo come protezione contro nuove aggressioni ma anche per la rinascita economica. È l’effetto del lungo lavoro svolto dalla diplomazia francese, tedesca e britannica faccia a faccia con gli emissari di Trump, il genero Jared Kushner e l’immobiliarista Steve Witkoff, con una spinta iniziale del segretario di Stato Marco Rubio. Resta però l’ostacolo principale, quello su cui le posizioni sembrano irremovibili: la cessione della parte di Donetsk ancora in mani ucraine, che Vladimir Putin pretende a tutti i costi.
Uno squarcio sulla situazione dei negoziati è stato offerto da un lungo articolo di David Ignatius sul Washington Post, basato sulle indiscrezioni di fonti dirette. Le discussioni sono partite dai 28 capitoli formulati dalla Casa Bianca e giudicati troppo favorevoli a Mosca, messi a confronto con i venti punti elaborati insieme da ucraini ed europei. Si è scelto di spacchettare la trattativa in tre filoni, paralleli e convergenti: l’accordo con Mosca, le garanzie di sicurezza per Kiev e il progetto per la ricostruzione.
Uno degli snodi è l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea già nel 2027: Trump non aveva indicato date ed è convinto di potere convincere Orbán a mettere da parte i veti ungheresi. L’adesione sarebbe il volano per investimenti e relazioni commerciali, oltre a obbligare il Paese ad adottare misure più rigorose per la lotta alla corruzione.
Ci sarebbero poi due distinti trattati per le garanzie di sicurezza. Uno è quello dei “Volenterosi” guidati da Parigi e Londra, che potrebbe essere definito già nel vertice di oggi. L’altro è quello che sta venendo perfezionato tra Washington e Kiev, sullo schema dell’articolo 5 della Nato: una promessa di intervento americano in caso di attacco, che viene studiata nei dettagli sui tempi e i modi per eliminare la vaghezza della prima formulazione di Washington. La Strategia Nazionale di Sicurezza esplicita il disimpegno dall’Europa ma i negoziatori statunitensi ritengono che il flusso di informazioni dall’intelligence Usa rappresenti l’asset più importante per la difesa dell’Ucraina.
Assieme a questo, il numero di militari ucraini verrebbe portato da 600 mila a 800 mila, ossia quello attuale delle forze armate. Kiev insiste per non indicare un limite anche se tutti gli osservatori ritengono che non sarebbe in grado di mantenere in servizio così tanti militari. Si tratta in ogni caso di certificare la capacità ucraina a disporre di un esercito agguerrito, senza vietare la dotazione di missili a lungo raggio come deterrente.
Una novità sono le aree demilitarizzate lungo la linea del cessate il fuoco. Viene prevista una prima fascia totalmente priva di militari e una seconda più profonda in cui non sono permesse armi pesanti. Questa zona franca, sul modello di quella che divide le due Coree, sarebbe monitorata da un contingente internazionale.
Il problema è il destino dell’ultimo settore del Donbass difeso dagli ucraini. La Casa Bianca reputa «irrinunciabile» la cessione dei territori; Zelensky ha ripetuto anche lunedì di non avere il «potere legale» di concedere una parte del Paese. Sul tavolo ci sono diverse proposte: la demilitarizzazione della regione e l’assenza di un riconoscimento formale della sovranità russa. Pure in questo caso, il riferimento è al cessate il fuoco tra le due Coree, che non hanno rinunciato alle pretese sugli altri territori.
Sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia si fa largo l’ipotesi di affidarla al controllo statunitense, con il ritiro degli occupanti russi: una soluzione gradita a Kiev molto più di una gestione internazionale.
Per la ricostruzione dell’Ucraina c’è la volontà congiunta di Usa ed Europa a usare i fondi statali russi sequestrati in Belgio. La proposta iniziale prevedeva di utilizzare cento miliardi di euro, adesso la somma verrebbe aumentata. Ci sono colloqui con Larry Finch, il numero uno del fondo di investimenti BlackRock, per ridare vita al programma di sviluppo ucraino con l’obiettivo di raccogliere 400 miliardi. Trump vorrebbe creare strumenti finanziari di sostegno anche per la Russia: il suo calcolo è che il benessere disincentiverebbe altri progetti di guerra. Una valutazione che gli europei considerano un azzardo.
