La decarbonizzazione non è soltanto indispensabile all’ambiente, ma rappresenta un fattore di competitività per le industrie. Non bisogna, però, nemmeno dimenticare che sono i poveri a pagare molto di più la crisi climatica dei ricchi, in termini di danni alla salute e perdite di reddito
Nell’editoriale del Corriere di domenica scorsa, 5 luglio, ho insistito su un particolare che mi sembrava trascurato nel dibattito degli ultimi tempi sulla transizione energetica. La decarbonizzazione non è soltanto indispensabile all’ambiente, ma rappresenta un fattore di competitività per le industrie. Chi resta indietro rischia di scomparire. La direzione di mercato nel mondo è quella e le resistenze italiane (troppe) con un’enfasi eccessiva sui costi della transizione sono una scelta suicida. Non solo pagheremo di più per i nostri ritardi, ma rischiamo anche di compromettere la competitività di quelle aziende – per fortuna non poche – che sono già all’avanguardia nella sfida della sostenibilità.
Nell’analisi di domenica chi scrive ha trascurato, colpevolmente, un altro aspetto importante. Ed è quello dell’equità sociale. Enrico Giovannini, economista ed ex ministro nei governi Letta e Draghi, oggi direttore scientifico dell’ASviS, l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile, ricorda che «i costi dell’adattamento alla crisi climatica sono molto superiori a quelli della mitigazione. A causa della stupidità di tanti in tutto il mondo, con il rallentamento delle politiche per la mitigazione ci toccherà pagare per ambedue. Una scelta sbagliata e spinta in gran parte dalle lobby fossili e da chi ha rifiutato per decenni le evidenze scientifiche. Sono i poveri a pagare molto di più la crisi climatica dei ricchi, in termini di danni alla salute e perdite di reddito».
Le morti per le malattie legate all’inquinamento sono stimate in Europa, ogni anno, a quota 300mila. Anche Monica Frassoni, presidente dell’European Alliance to Save Energy, in una lettera al Corriere, interviene sui temi sollevati dall’editoriale, difendendo le scelte del Green Deal europeo, e lamentando che in Italia le nuove installazioni di eolico e solare siano scese nel 2025 per iter autorizzativi lenti. Ma nello storage il Paese è all’avanguardia – precisa Frassoni – con una cresciuta degli accumuli a batteria del 46,6 per cento in un anno e una produzione di pompe di calore tra le più solide d’Europa. Uscire dai fossili è anche un investimento sui più deboli, quelli che pagano il prezzo più alto di ondate di calore e delle bollette instabili legate al gas importato».
