Lo scontro nello Stretto di Hormuz. Una guerra che sfugge di mano: l’America di Trump rincorre e l’Iran cerca di resistere
Prima la guerra aerea, poi il braccio di ferro geoeconomico, la terza è la battaglia navale? Due mesi e una settimana dopo, a che punto è Donald Trump in Iran? La fase «guerreggiata» nel senso militare classico aveva lasciato il posto al conflitto geoeconomico, a base di ricatti incrociati. L’Iran, pur non avendo le forze per bloccare lo Stretto di Hormuz, conserva una capacità di minaccia sufficiente a dissuadere armatori e compagnie assicurative.
A meno che accettino di pagare un pedaggio: un «pizzo» inaccettabile per il mondo intero, a maggior ragione gli Stati arabi del Golfo. L’America, in ritardo, ha reagito con una mossa speculare, l’embargo contro le petroliere iraniane, per strangolare il regime privandolo di entrate. La prova di forza sembrava trasformarsi in una gara di resistenza. Ora la parola torna alle armi classiche, con la solita asimmetria: il regime iraniano dispiega armi «povere» e leggere, droni e motoscafi, contro la U.S. Navy che dovrebbe scortare i convogli di petroliere. Le previsioni sono difficili anche perché lo scenario è pieno di punti oscuri.
Un mistero è il ritardo della risposta americana. Che il regime iraniano potesse bloccare Hormuz come risposta a un attacco, è cosa nota dal 1980. Perché il Pentagono non ha contemplato il contro-piano per garantire sicurezza e libertà di navigazione fin dalle prime ore della sua offensiva, onde evitare che Teheran prendesse in ostaggio i due terzi dell’economia mondiale? Il contro-piano in effetti esiste, sono appunto le scorte militari per i convogli delle petroliere. Non è una soluzione nuova, la usò Ronald Reagan alla fine degli anni Ottanta quando Hormuz era sotto minaccia per la guerra Iran-Iraq. Allora funzionò, sia pure in assenza di droni e altre tecnologie odierne di cui dispone la Guardia della Rivoluzione Islamica.
Ma perché aver aspettato fin qui, avendo accumulato settimane di ritardi negli approvvigionamenti petroliferi, che rischiano di ripercuotersi sui paesi consumatori anche se le forniture dovessero riprendere? Alcune cause dietro il ritardo del Pentagono sono ovvie. La scorta della U.S. Navy è un’operazione non priva di rischi e costosa. La marina militare degli Stati Uniti resta la più potente del mondo ma ha subito una cura dimagrante, i suoi ammiragli devono essere parsimoniosi, nonché tener presente l’eventualità di intervenire su altri scenari di crisi (Taiwan). La Casa Bianca può aver ritardato la missione navale per altre due ragioni plausibili. La prima: Trump forse ha sottovalutato la resilienza del regime iraniano, lo ha considerato spacciato dopo la decapitazione dei leader e la distruzione di molti suoi arsenali bellici. La seconda: l’America importa pochissimo dal Golfo, quindi Trump pensava di scaricare il problema Hormuz su chi di quello Stretto ha un bisogno vitale cioè Cina, India, Giappone, Europa.<
L’America affronta questa crisi energetica in una posizione invidiabile, come non la conosceva dai tempi della guerra di Suez nel 1956: ha l’autosufficienza energetica, è la più grande potenza produttrice ed esportatrice di gas e petrolio. In teoria può stare alla finestra e godersi lo spettacolo di una Cina molto più esposta ai rischi di penuria energetica. Può anche godersi lo spettacolo d’impotenza degli alleati europei e giapponesi, dicendo: lo vedete che dovete riarmarvi? Questo scenario, per quanto seducente per Trump, è semplicistico. L’economia Usa è la meno vulnerabile di fronte a questo shock energetico, ma non del tutto immune. I prezzi interni della benzina per gli automobilisti americani per adesso sono risaliti solo ai livelli del 2022 (e chi si ricordava che l’ultima crisi energetica accadde solo quattro anni fa?) ma comunque sono in rialzo perché le compagnie petrolifere Usa vendono al mondo intero e in qualche misura i prezzi internazionali contagiano quelli interni. Alcuni prodotti della raffinazione degli idrocarburi, come i fertilizzanti, rincarano anche per l’agricoltore del Midwest. Infine, se l’America vuole conservare un vantaggio strategico su rivali come la Cina, se vuole mantenere intatta la coalizione di Stati arabi che l’appoggiano anche in questa guerra, non può disinteressarsi di Hormuz e della libertà di navigazione.
Ora che il Piano B per riaprire Hormuz è partito, la battaglia navale incipiente si somma alla gara di resistenza. Se Trump deve aver sbagliato le sue previsioni sulla fine del regime iraniano (forse influenzato da Netanyahu), non bisogna cadere nell’eccesso opposto, attribuendo alla dittatura militare dei pasdaran onniscienza e onnipotenza. Di sicuro un calcolo del regime continua a fallire: i rinnovati attacchi contro gli Emirati, lungi dal dividere la coalizione araba che sta con gli Usa, la compatta. Lo si vede anche dalla comune risoluzione Usa-arabi presentata all’Onu.
Qualche novità potrebbe arrivare a Pechino il 15 maggio se si tiene il previsto summit fra Trump e Xi Jinping: gli acquisti clandestini di greggio iraniano da parte della Cina, nonché alcune forniture militari non dichiarate, hanno contribuito alla resilienza del regime. In quanto a Trump, oltre ai suoi limiti personali, soffre della debolezza che perseguita tutti i leader americani: il fronte interno. Dal 1945 i generali Usa non hanno mai perso una guerra, i loro presidenti ne hanno perse molte su pressione dell’opinione pubblica. Trump è già ai minimi storici di consenso e continua a perdere quota. Il suo partito teme una débâcle alle legislative di novembre. C’è sempre stato uno scenario in cui Trump «dichiara vittoria e se ne va». Se insieme alle scorte della marina militare è iniziata la battaglia navale per Hormuz, non è ancora giunto quel momento.
