Il tycoon annuncia il secondo vertice e sposta la fine della tregua a domani. In Pakistan atteso Vance, mediatori ottimisti sulla presenza degli ayatollah
All’aeroporto di Islamabad è riapparso il banchetto “Islamabad talks”, con le foto della città tirata a lucido e due giovani poliziotti che appuntano diligentemente su un foglio di carta i nomi dei reporter: «Forse arrivano gli iraniani, ma noi non sappiamo nulla», sorride uno di loro alla giornalista sudcoreana che chiede lumi mentre schiaccia la mano sul rilevatore per le impronte. Nella capitale pachistana c’è gran fermento: gli hotel del centro sono stati requisiti dal governo, le strade sono state sgomberate, 20mila agenti sorvegliano i settori più caldi, a cominciare dall’enclave diplomatica, tutto sembra pronto per ospitare tra stasera e domani Oggi dovrebbero arrivare le due delegazioni, la statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance, con Steve Witkoff e Jared Kushner, e l’iraniana capeggiata dallo speaker del Parlamento Mohammed Ghalibaf con il ministro degli Esteri Araghchi. Il cessate il fuoco scadeva oggi, ma Trump lo ha di fatto posticipato a «mercoledì sera, ora americana», lasciando 24 ore ai negoziatori per arrivare a Islamabad e mettersi al lavoro fino a domani, ma tornando poi a minacciare l’Iran se non rispetterà le sue condizioni: è «altamente improbabile una proroga della tregua se non si raggiungerà un accordo, senza accordo molte bombe inizieranno a esplodere», ha ripetuto dopo una nuova giornata di tensioni, smentite e indiscrezioni, con gli iraniani che hanno negato fino all’ultimo di voler partecipare ai colloqui e i pachistani impegnati a riportare al tavolo i belligeranti e il tycoon che ha sparso ottimismo parlando di intesa «in tempi brevi».
Il rischio che il processo diplomatico saltasse è sembrato molto vicino all’alba quando i marines Usa hanno abbordato un mercantile iraniano che tentava di eludere il blocco navale a Hormuz. Il comando di Teheran aveva promesso una rappresaglia contro «l’atto di pirateria»: gli Stati Uniti «non sono seri» nel dialogo diplomatico, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ma una vera reazione militare non c’è stata. Posizionamento in vista dei colloqui, certo, ma anche il lavoro di concerto delle cancellerie. L’intervento del comandante in capo delle forze armate pachistane, Asim Munir, e un nuovo giro di telefonate tra capitali del Golfo e dell’Oriente hanno contribuito a evitare l’escalation. Il maresciallo pachistano ha parlato con Trump, sottolineando che il blocco navale ostacola i nuovi negoziati. Anche Pechino si è fatta sentire: Xi Jinping ha parlato con l’erede al trono saudita, Mohammed Bin Salman, ed entrambi hanno chiesto che venga «garantito il normale traffico nello Stretto di Hormuz».
Ufficialmente, Trump non ha cambiato posizione: il canale resterà «chiuso fino alla firma dell’accordo, sto vincendo la guerra, gli iraniani perdono 500 milioni al giorno», ha ribadito, aggiungendo che gli sarebbe anche piaciuto partecipare di persona alle trattative. In serata fonti iraniane parlavano di «sforzi positivi» da parte del Pakistan per porre fine al blocco e garantire la presenza dell’Iran a Islamabad, ma a Teheran prevale il pessimismo sull’esito del vertice: le richieste Usa vengono ancora considerate “massimaliste” e il rifiuto di Washington di rimuovere il blocco navale non fa ben sperare. Il primo incontro storico tra Vance e Gahlibaf si è concluso 10 giorni fa senza un’intesa sul nucleare e con gli iraniani determinati a mantenere il controllo di Hormuz.
Le posizioni sul programma atomico restano distanti: gli iraniani hanno escluso che l’uranio arricchito possa essere portato fuori dal paese, l’unica mediazione possibile è diluirlo. La situazione nello Stretto resta volatile, e alto rischio il rischio di uno scontro con gli americani. I mediatori sono consapevoli che la trattativa parte in salita. L’ipotesi considerata al momento più realistica a Islamabad è arrivare a un memorandum di intesa che prolunghi di fatto il cessate il fuoco lasciando i contenuti veri a successive negoziazioni. Una soluzione simile all’accordo su Gaza, insomma, che Trump potrebbe rivendicare come vittoria, ma che a Teheran non piace affatto e potrebbe alla fine spingere gli iraniani a boicottare il tavolo.
