Una scommessa rischiosa
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L’accordo sul nucleare tra Usa e Arabia Saudita può aprire una pericolosa corsa all’atomica in Medio Oriente
Come una volta quello sulla morte di Mark Twain, l’annuncio di un accordo tra gli Usa e l’Arabia Saudita per fornire alla monarchia wahabita un programma nucleare civile, si è rivelato prematuro. Non abbastanza, tuttavia, da impedirne un effetto che allarma la comunità internazionale, ripropone lo scenario di una corsa generalizzata al riarmo atomico e soprattutto riflette un mondo instabile, dove gli alleati dell’America cercano capacità nucleari autonome per tutelarsi da vicini rapaci, mettersi al sicuro da ricatti energetici e non ultimo compensare il restringersi della garanzia di sicurezza fin qui offerta dagli Stati Uniti. Di più, esso conferma la dissennata ricerca di contratti miliardari da parte di un presidente, che in nome del «rinascimento nucleare», leggi i profitti di Westinghouse e simili, è disposto perfino ad aggirare i severi standard della non proliferazione in una regione già pericolosamente in fiamme.
Ma andiamo per ordine. Nell’ennesima torsione da guitto, Donald Trump, forse colto di sorpresa dalla levata di scudi registratasi a Washington sia tra i democratici sia tra i suoi repubblicani, ha cercato di correggere il tiro, aggiungendo via Truth che l’intesa è «totalmente subordinata» all’accettazione da parte saudita degli Accordi di Abramo, cioè al riconoscimento di Israele. Se così fosse, non ci sarebbe nulla di nuovo: anche il suo odiato predecessore Joe Biden nel 2023 aveva detto chiaro e tondo a Mohammed Bin Salman, già allora in cerca di tecnologia nucleare, che ogni cessione di know-how americano a Riad passava per lo stabilimento di rapporti diplomatici con lo Stato ebraico. L’Arabia Saudita ha sempre risposto che questo sarebbe possibile solo di fronte a un concreto impegno israeliano verso la creazione di uno Stato palestinese.
In realtà, è la sostanza inedita dell’intesa a suscitare enormi preoccupazioni. Non è la prima volta che gli Stati Uniti firmano un protocollo per la cooperazione nucleare pacifica; lo hanno fatto con ben 123 Paesi. Per tutti, quello concluso dall’Amministrazione Obama nel 2009 con gli Emirati Arabi Riuniti, che, come tutti gli altri Stati, dovettero rinunciare ad arricchire l’uranio sul loro territorio e accettare il cosiddetto «Protocollo aggiuntivo» del Trattato di non proliferazione (Ntp) che prevede un regime di ispezioni molto più severo e intrusivo. Queste due condizioni definiscono il cosiddetto «gold standard» degli accordi nucleari.
Bene, di tutto questo non c’è traccia nel memorandum con l’Arabia Saudita, che il Wall Street Journal non ha esitato a bollare come un «errore» e che ora dovrà passare al vaglio del Congresso. Invece di impegnare Riad a rinunciare all’arricchimento, esso stabilisce uno studio congiunto biennale per accertare se il regno abbia veramente bisogno di questa capacità. In caso positivo l’America costruirebbe nella penisola arabica un impianto per arricchire l’uranio, senza che i sauditi vengano sottoposti alle ispezioni internazionali. Né valgono molto le vaghe rassicurazioni del Segretario all’Energia Usa, Chris Wright, secondo il quale «l’accordo rispetta i più alti standard di sicurezza e non proliferazione».
Concedere benefici del genere al regime saudita, pur stabile da quasi un secolo e fedele alleato degli Usa, è in ogni caso una scommessa molto rischiosa. Non tanto perché Riad potrà dotarsi presto di un’arma atomica, visto che parte da zero e che ci vorrebbero anni prima di averla. Quanto perché altri Paesi, in possesso di capacità nucleari più avanzate, sarebbero sicuramente spinti a chiedere accordi con le stesse condizioni. All’America, o in caso di rifiuto a Cina e Russia che sarebbero ben felici di offrirli. «Il danno di questo accordo è il precedente che stabilisce. Chi fermerebbe Mosca dal farne uno dello stesso tipo?», si chiede Guy Samore, docente a Brandeis University, che fu uno dei consiglieri di Bill Clinton e Barack Obama sulla politica nucleare.
L’elenco dei potenziali «friendly proliferators», i proliferatori amici, è piuttosto nutrito. L’effetto sarebbe globale. Nel quadrante asiatico, Corea del Sud e Giappone hanno da tempo iniziato una riflessione approfondita sulla necessità di dotarsi dell’atomica nella loro panoplia difensiva. Seul pensa che l’arma nucleare fatta in casa sarebbe un miglior deterrente contro la Corea del Nord, che già ce l’ha, vista la crescente inaffidabilità dell’ombrello americano. In Europa, il presidente polacco Karol Nawrocki ha detto che il suo Paese dovrebbe lanciare un programma nucleare militare. E perfino in Germania il tema non è più un tabù, anche se il cancelliere Merz immagina piuttosto un’estensione dell’ombrello atomico francese allo spazio tedesco ed europeo.
Ma le conseguenze più gravi e incalcolabili si produrrebbero in Medio Oriente, una regione dove i cani della guerra sono ormai sciolti e sarebbe molto più difficile ostacolare la proliferazione. Turchia ed Egitto hanno più volte lasciato intendere che sono disposti a varcare la soglia nucleare. Saprebbe dire di no Trump a una richiesta esplicita del suo amico Recep Tayyip Erdogan, che in passato non ha esitato a rivolgersi al Cremlino per ottenere tecnologia militare avanzata? Anche gli Emirati, fedelissimi alleati degli Usa da ultimo nella guerra in Iran, potrebbero pretendere di rinegoziare i termini accettati nel 2009.
Certo, il rovello, Donald Trump se lo è in ogni caso creato da solo, con la decisione di scatenare un conflitto senza senso e senza chiari obiettivi contro Teheran, che gli ha procurato la rabbia furiosa dei Paesi arabi, esposti alle ritorsioni iraniane. Come scrive l’Economist, l’offerta a Riad è tipicamente trumpiana, «un accordo difettoso per compensare una guerra da incompetente». Ma il potenziale politico e strategico dell’intesa è devastante, in un mondo dove il possesso dell’atomica sta diventando la nuova normalità.
