C’è un disallineamento: la consapevolezza delle élite non basta più a guidare il consenso dei cittadini
Disallineamento. Per affrontare i gravi problemi che incombono sull’Europa servirebbe la ricostituzione di condizioni di sintonia fra ciò che è chiaro a una parte, forse maggioritaria, delle élites europee e ciò che pensano gli elettori. Perché le tesi di Mario Draghi sulla solitudine dell’Europa e sulla necessità che, per non soccombere di fronte ai pericoli attuali, essa debba rinnovare subito se stessa, il proprio modo d’essere e di operare, hanno ricevuto il plauso di gran parte dell’élite europea?
Perché, all’atto pratico, quella stessa élite fa una gran fatica a seguirne le indicazioni? Il plauso dipende dal fatto che essa sa che Draghi ha ragione. La difficoltà a trasformare questa consapevolezza in azione conseguente dipende dal timore che gli elettori, o una loro parte consistente, non siano disposti ad appoggiarla.
Auspicando l’adozione di un «federalismo pragmatico» che si liberi delle ingessature che provengono da un’epoca in cui le istituzioni europee operavano in un ambiente oggi radicalmente mutato, Draghi ha indicato la via giusta ma è una via che può essere perseguita solo se la consapevolezza dei problemi in gioco diventa patrimonio di una maggioranza di elettori europei, solo se la parte di classe politica che sa cosa l’Europa dovrebbe fare, riuscirà a trasmetterne il senso di urgenza agli elettori.
Da quando prese il via, negli anni Cinquanta dello scorso secolo, il processo di integrazione europea e per un lunghissimo periodo, non ci fu disallineamento fra le scelte delle élites e gli orientamenti degli elettorati. L’integrazione era percepita da quasi tutti come utile al benessere collettivo. Élites ed elettori erano in sintonia. Il disallineamento comincia nel XXI secolo. La data-simbolo è il 2005, l’anno in cui si tenne in Francia il referendum sulla (cosiddetta) «costituzione» europea. In quel momento apparve chiaro che la sintonia, o il patto tacito, fra élites e elettori si stava indebolendo. Apparve chiaro che si apriva uno spazio politico sfruttabile da contro-élites, oppositori degli establishment europei, per cavalcare e allargare la frattura che si stava aprendo fra segmenti dell’elettorato e le istituzioni europee. Il venir meno dell’antica sintonia fra élites e elettori in merito alla integrazione dipendeva da due fattori. In primo luogo, il fatto che l’integrazione era vittima del suo successo: l’integrazione fra le società e le economie dei Paesi dell’Unione aveva raggiunto un livello tale da generare la «politicizzazione» delle questioni europee, da trasformare quanto, in precedenza, era oggetto di generale consenso, in un terreno di scontro e di conflitto. In secondo luogo, pesava il nuovo contesto internazionale. Per tutta l’epoca della Guerra fredda il processo di integrazione europea fu «incastonato» entro un sistema (occidentale) di alleanze a guida americana reso compatto dall’esistenza del nemico (l’Unione Sovietica ). L’integrazione europea garantiva il benessere dell’Europa e, al tempo stesso, ne assicurava la coesione necessaria nell’età del confronto fra le due superpotenze.
Nel mondo post-bipolare la fondamentale causa di quella coesione venne meno lasciando gli elettori molto più liberi di un tempo di scegliere il piatto (europeismo o anti-europeismo) fra quelli offerti dal menù della politica. Una decina di anni dopo il referendum costituzionale in Francia, la Brexit confermò che la sintonia fra élites ed elettori apparteneva definitivamente al passato.
Si consideri la situazione attuale. In Gran Bretagna ha il vento in poppa il campione dell’anti-europeismo Nigel Farage. In Germania, il partito oggi primo nei sondaggi è Alternative für Deutschland. In Francia il Rassemblement National ha buone probabilità di conquistare la presidenza della Repubblica. In tutti e tre i casi, si tratta di formazioni nelle quali un atteggiamento che oscilla fra l’ostilità aperta e la diffidenza per l’Europa si combina con un orientamento tutt’altro che ostile alla Russia di Putin. Se quelle formazioni politiche conquistassero il potere nei rispettivi Paesi continuerebbero ad appoggiare la resistenza ucraina?
Si prenda la questione della sicurezza europea. Il suo banco di prova è l’Ucraina. Se l’Europa l’abbandonerà abbandonerà contestualmente ogni velleità di una propria futura indipendenza. È proprio sul terreno della difesa di Kiev e, per essa, della sicurezza dell’Europa, che Draghi ha indicato in un gruppo centrale di Paesi (Germania, Polonia, Francia, Regno Unito più nordici e baltici) il nucleo intorno al quale può prendere forma il federalismo pragmatico. Ma ciò può avvenire solo se in quei Paesi le forze pro-Europa saranno in grado di prevalere su quelle antieuropee. La mancanza di sintonia fra governanti e governati riguarda anche l’Italia.
Giorgia Meloni ha tenuto la barra dritta mantenendo l’appoggio a Kiev nonostante la presenza nel suo governo di posizioni contrarie. E nonostante i sondaggi non mostrino l’esistenza di una schiacciante maggioranza favorevole agli ucraini.
Accrescere la cooperazione fra gli europei «che ci stanno» è necessario per mettere in sicurezza l’Europa e assicurarle anche in futuro la prosperità di cui ha fin qui goduto. Ma ciò sarà possibile solo se ci sarà un numero sufficiente di leader disposti a rischiare il proprio futuro politico tentando di convincere i tanti europei che fanno orecchie di mercante, che nascondono la testa sotto la sabbia, che non c’è altra possibilità di assicurare un futuro decente a noi e ai nostri figli.
