Il diritto allo studio è previsto dalla Costituzione all’articolo 34, ma per attuarlo davvero servirebbe una spinta collettiva, a partire dai Comuni. Il futuro delle città come Milano passa proprio dagli aiuti ai «capaci e meritevoli»

Tre parole magiche, che nel corso dei decenni hanno plasmato l’Italia: borse di studio. Diverse generazioni le hanno prese o hanno cercato di conquistarle. Una sorta di lasciapassare nazionale per cambiare città, frequentare un corso di laurea, iniziare a lavorare. Una spinta collettiva, un aiuto (chiaro, diretto) ai giovani, una ventata di aria fresca per superare “le posizioni acquisite”, se si può usare una frase di altri tempi. E ancora adesso i personaggi “arrivati” da qualche parte, nei campi più disparati, intervistati quasi tutti i giorni, partono spesso così: «Ho cominciato da una borsa di studio». Che è anche un modo per rivendicare un inizio trasparente. Senza la famosa raccomandazione su cui almeno in parte è fondata la Repubblica.
E non è un caso che quelle parole, quelle tre parole, siano anche nella Costituzione: nella prima parte. Con tutti i problemi che avevano i padri e la madri della nostra Carta, mentre l’Italia era in macerie e si trattava di ricostruire ogni cosa dopo il regime e la guerra, era necessario metterle lì, tra i diritti e i doveri più significativi? Evidentemente sì. Articolo 34. «La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso».
Chi ha scritto la Costituzione voleva che studiare fosse un’opportunità realistica (e garantita), non un auspicio generico: dall’infanzia in su. Università compresa. E immaginava che sui banchi, di anno in anno, la crescita, il talento, l’impegno, la fiducia, la tenacia, diventassero più importanti della nascita. Il nostro Paese è ricco di enti locali, banche, fondazioni, atenei, sponsor, privati cittadini, che danno una mano alle ragazze e ai ragazzi perché possano studiare. Onore al merito: di chi ce l’ha e di chi lo riconosce e lo spinge. Lo fanno sempre? Lo fanno tutti? Insomma. Sarebbe anche bello, andando in giro per l’Italia, trovare più sindaci e più presidenti di associazioni che ridimensionano (non dico tolgono) la sagra dei porcini e delle sarde per aiutare “i capaci e meritevoli”, come li chiama la Costituzione.
All’inaugurazione dell’anno accademico in Bocconi, il rettore Francesco Billari ha trovato le parole giuste: «Una società è davvero aperta solo quando consente alle persone di andare oltre le condizioni in cui sono nate e cresciute. Noi abbiamo la responsabilità dell’istruzione, il più fenomenale processo della storia. I talenti sono ovunque, le opportunità invece sono limitate».
E frasi simili, per fortuna, le ascoltiamo da tante rettrici e tanti rettori negli atenei italiani. L’esempio facile è Milano, una città diventata cara, con i suoi 220 mila universitari che frequentano otto atenei. Le borse di studio e i nuovi studentati indicheranno il percorso che sarà: castello per pochi eletti o metropoli con un futuro. L’ascensore sociale è guasto e lo sappiamo da tempo, le scale sono diventate ripide per chi affronta ogni gradino e superflue per chi arriva sul tetto direttamente con l’elicottero. Qui non c’entra il colore politico. Una comunità bloccata non è solo ingiusta: è defunta.

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A.N.D.E.

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