Si deve evitare di pensare alle elezioni di giugno come un test sui governi e sui leader nazionali

Finora le elezioni europee sono state vissute come un test per il governo nazionale e/o per misurare i rapporti di forza tra i partiti locali. Non è accaduto solo in Italia, ma, come dimostra l’esperienza degli ultimi venti anni, il nostro Paese ha una particolare inclinazione a provincializzare il voto che serve a scegliere gli europarlamentari di Strasburgo. L’ultima volta, nel 2019, altrove si facevano i conti con l’allarme sul cambiamento climatico, con le proteste dei ragazzi e delle ragazze guidate da Greta Thunberg.
Da noi teneva banco la scalata di Matteo Salvini, con un piede a Palazzo Chigi, vice premier dell’esecutivo giallo-verde, e l’altro nelle piazze, con tanto di crocifisso. Nella primavera del 2014, Vladimir Putin si era appena annesso la Crimea e fomentava il conflitto nel Donbass. In Italia, però, il tema centrale era la legittimazione di Matteo Renzi, diventato presidente del Consiglio senza l’investitura delle urne. Per facilitare le cose, a pochi mesi dal voto, il premier regalò 80 euro ai contribuenti italiani e conquistò l’effimero 41% per il Pd.
E così via, risalendo nel tempo: le dinamiche, se non le risse interne, hanno oscurato quasi completamente le questioni sovranazionali.
Questa volta, però, è diverso. Questa volta lo scenario politico è dominato da scelte drammatiche, non rinviabili. E sono tutte, come minimo, europee. Nessun partito, neanche in Italia, può ignorarle, a meno che non decida di condurre una campagna astrusa, fuori fase rispetto alle attese e alle ansie dell’opinione pubblica e, quindi, con scarse probabilità di successo. Oggi i cittadini chiedono ai leader risposte nette sulla guerra e sulla pace. Vogliono sapere come si andrà avanti con l’Ucraina. Chi è d’accordo sull’invio di altri armi e chi non lo è.
Il momento è decisivo per Kiev. Ma lo è anche per l’Unione europea. Domanda per la premier Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), per il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Forza Italia), per la Segretaria del Pd, Elly Schlein: abbiamo i mezzi per appoggiare a oltranza la resistenza ucraina? Domanda per Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle: che ne sarà dell’indipendenza ucraina se interrompiamo le spedizioni di armi e di aiuti?
Infine domanda per Salvini: qual è la prospettiva indicata dalla Lega? Perché, ma sarà sicuramente colpa nostra, non è molto chiara.
Questi interrogativi stanno già bussando alle porte del governo e dei partiti. Ci sono già alcuni segnali visibili. Per esempio la discussione nel Pd su candidature «pacifiste», come quella dell’ex direttore di «Avvenire», Marco Tarquinio. Oppure la probabile presentazione della lista «Pace, terra, dignità», promossa da Michele Santoro. In ogni caso l’importanza e l’urgenza delle priorità europee dilagheranno nella campagna elettorale, anche se il Segretario della Lega dovesse insistere sui condoni edilizi e il presidente dei 5 Stelle sui «cacicchi del Pd». Guerra e pace, quindi. Con tutto ciò che ne consegue. L’Europa dovrà attrezzarsi per difendersi, anche con le armi se sarà necessario? Al momento non ci sono le risorse finanziarie per farlo. Si possono trovare? Dove, come? Oppure: le capitali europee possono rilanciare un negoziato per la pace? Con quali proposte concrete? Possiamo fare a meno della Nato?
Il progetto per l’integrazione europea aveva perso slancio nella primavera del 2005, quando i referendum olandese e francese affossarono la Costituzione europea. La pandemia nel 2020-21 e la crisi energetica del 2022 sembrano aver ridato fiducia agli europeisti: insieme si possono ancora ottenere risultati impensabili a livello nazionale. Anche in queste occasioni, tuttavia, la Ue si è mossa di rimbalzo, inseguendo, talvolta con inevitabile affanno, le crisi più gravi.
Adesso la politica europea ha l’occasione storica per riprendere l’iniziativa. Come accadde proprio nel quinquennio più creativo della sua esistenza: 1999-2004, con l’introduzione dell’euro, l’elaborazione di una vera carta costituzionale, il grande allargamento verso Est. L’agenda di oggi può essere altrettanto rivoluzionaria. Si può decidere, in autonomia, se rilanciare o modificare il «Green deal», le misure per la transizione ecologica. La maggioranza dei Paesi europei può impostare il confronto con gli Stati Uniti, presentandosi con una linea condivisa sul piano militare (Nato e difesa Ue), economico (dazi o apertura dei mercati), industriale (concorrenza o incentivi alla collaborazione), anticipando e non subendo l’eventuale ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. L’Unione europea, inoltre, può fissare il perimetro delle relazioni economiche e commerciali con la Cina, senza aspettare le indicazioni di Washington.
Tutto questo non potrà essere trascurato nelle prossime elezioni europee, con buona pace dei nostri e degli altrui campanilismi.

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