Marta Cartabia

L’ex ministra: “Per l’allargamento un modello a cerchi concentrici”

Ai partiti che guardano all’Europa solo in chiave elettorale, impegnati a leggere il voto di giugno come un test per i governi nazionali, l’invito è a «pensare a un orizzonte di riforme». Perché i costi delle «non riforme», avverte la presidente emerita della Consulta Marta Cartabia, «sarebbero troppo alti». In «un anno sulle montagne russe e con un mondo che cambia velocemente, l’imperativo è comprendere quali sono le sfide che incombono e quindi», chiede il direttore di Repubblica Maurizio Molinari, «quali sono le riforme che servono a rendere l’Europa più integrata e stabile»?
L’ex ministra della Giustizia indica la «prima grande priorità» nella rimozione della regola dell’unanimità delle decisioni in una serie di ambiti. Un cambio di passo rilevante e necessario perché, spiega, l’unanimità aveva senso quando i sei Paesi fondatori dell’Ue hanno mosso i primi passi. Ma l’allargamento ha trasformato questo schema «in un potere di veto a qualche Paese riottoso e quindi in un ostacolo». Dal meccanismo decisionale alla riforma delle istituzioni. E qui l’indicazione è quella di superare il modello attuale della Commissione (un commissario per ogni Paese): tutti devono avere «espressione, ma non per addizione di pezzi». L’ambizione, insomma, deve essere superiore, soprattutto in vista del 2030, quando un numero importante di Paesi candidati a entrare nell’Ue, da quelli balcanici all’Ucraina, imporrà alle istituzioni europee di arrivare «preparate» all’appuntamento. E a rispondere a un’altra grande questione: il futuro dell’immagine dell’Europa.
La domanda è: «Allargare o approfondire?». E la soluzione, per Cartabia, passa dalla necessità di valutare lo schema dell’Europa «a cerchi concentrici, che darebbe un po’ di ordine» a uno sviluppo caotico che negli anni è passato attraverso le cosiddette geometrie variabili, a iniziare dalla diffusione dell’euro che non è stato adottato da tutti i Paesi europei. Ecco perché la nuova architettura istituzionale, nel modello allo studio, deve porsi come obiettivo quello di tenere dentro tutti i Paesi membri, «magari recuperando qualcuno che è uscito», è il suggerimento. Ma allo stesso tempo l’impianto «non deve frenare l’integrazione più stretta di alcuni Paesi». Sono quelli che vogliono condividere più competenze, ma anche risorse, in altre parole pezzi di sovranità. A un’altra grande sfida è chiamata l’Europa, oltre alle riforme: la tutela dello Stato di diritto.
Le violazioni in Ungheria e Polonia hanno fatto scattare l’allarme, ma per Cartabia l’Unione europea sta mettendo in campo contromisure importanti. Una, in particolare: la cosiddetta condizionalità finanziaria, che subordina l’erogazione dei fondi europei al raggiungimento di riforme sui diritti. Ma il Vecchio continente deve misurarsi anche con un’economia debole. «Non ci sono recessioni alle porte, le economie sembrano sane», dice il premio Nobel Michael Spence. Ma allo stesso tempo l’economista statunitense avverte: «Ci vorranno almeno due anni per tornare in una situazione normalizzata: la discesa dei tassi e dell’inflazione richiederà ancora tempo». Per l’Europa che prova a scuotersi e a farsi più unita, i pericoli non finiscono mai.

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