Beppe De Rita e il libro con Mirko Grasso “L’Italia che conosco” sul nostro Paese e il fenomeno della “cetomedizzazione”: da segnale di una riuscita sociale a trappola identitaria

Beppe De Rita rimane anche alla sua veneranda età, 93 anni (che invidia), uno dei più lucidi interpreti della società italiana
Soprattutto perché è amorevolmente sincero verso il proprio Paese. Sa individuarne i pregi senza celebrarli. Non gli nasconde i difetti senza inutili autoflagellazioni. Qualche volta questi ultimi, i difetti, si trasformano magicamente in virtù. E se ciò avviene è in gran parte merito suo, perché noi non ce ne saremmo accorti. Più influencer di lui, nello scoprire i movimenti del corpo sociale, non c’è nessuno. È un senatore a vita virtuale, per meriti sul campo.
Rimane celebre uno scambio di battute con Gianni Agnelli all’apice della fama. L’Avvocato (lo era con la A maiuscola, non con la minuscola) gli chiese chi facesse parte, in Italia, del mitico ceto medio di cui De Rita parlava nei suoi scritti. E il fondatore del Censis rispose. «Tranne lei e qualche disperato tutti gli altri italiani». Il lungo fenomeno economico e politico della “cetomedizzazione” dell’Italia è al centro di una conversazione che De Rita ha avuto con Mirko Grasso.
Il libro che la raccoglie (L’Italia che conosco, Carocci editore) verrà presentato domani, a Roma, alle 16.30, nella sala degli Atti parlamentari della Biblioteca del Senato.
Negli Anni Settanta che noi ricordiamo come quelli delle tensioni sindacali e politiche, dell’emergere del terrorismo (oggi cade il quarantottesimo anniversario del rapimento Moro e della strage della sua scorta), avvenne «un processo trasformativo fondamentale» della società italiana. Raddoppiò il numero delle imprese, esplose il fenomeno del localismo sospinto dall’economia sommersa. «Sentirsi ceto medio era il segnale della riuscita sociale».
Si sprigionava una grande voglia di conquistare il futuro. In molti si sentivano orgogliosi di essere diventati, soprattutto gli immigrati interni, piccola borghesia, motore insostituibile di un’Italia del fare. Questa magnifica spinta propulsiva, sentimentale oltre che reale, venne purtroppo meno negli anni successivi. L’ascensore sociale si fermò. «Gli italiani si sono adagiati nella loro agiatezza piccolo-borghese». È venuto meno persino il desiderio di una vita migliore. E ciò ha aperto la strada a una società molecolare che vive più di rancori che di aspettative, che crede meno al lavoro e allo studio come mezzi per emanciparsi dalla propria condizione sociale. E il ceto medio, impoverendosi, è diventato una trappola identitaria, non una orgogliosa appartenenza. Ma il fondatore del Censis non si rassegna al pessimismo e al declino. E ci sprona a ritornare «padroni del nostro destino». Però bisogna sentirsi un po’ tutti più giovani della propria età. Come De Rita.

A.N.D.E.
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