Ricerca, invecchiamento del personale, fondi e risorse specializzate, le nuove sfide delle forze armate: l’Italia non può fare a meno di aggiornare numerosi meccanismi della propria sicurezza

Il nostro Paese non dovrà più combattere una guerra? Lo speriamo, ma non è detto. Eppure quanto la pace sia nella storia spesso eccezione più che regola non ce lo riescono a ricordare a sufficienza nemmeno due conflitti in corso, uno in Europa voluto contro l’Ucraina da una potenza nucleare quale è la Russia e uno in Medio Oriente con ripercussioni sul traffico internazionale di merci dovute agli attacchi degli Houti verso navi di Paesi amici di Israele.
In un mondo nel quale equilibri geopolitici sono in via di ridefinizione, l’Italia non può fare a meno di aggiornare numerosi meccanismi della propria sicurezza. Una parte di noi tende a respingere i ragionamenti conseguenti da compiere, e anche i timori, dirottando in una dimensione fantastica le possibilità di guerre che in futuro ci riguardino direttamente. Del resto adesso la malavita organizzata, malgrado i suoi investimenti nell’economia pulita siano in espansione, è più raccontata nelle serie tv di «fiction» che nei notiziari. E in campo politico meno del necessario si fa affinché la popolazione percepisca un aspetto fondamentale della realtà: che la pace della quale beneficiamo da quasi 80 anni è permessa dall’integrazione europea e dall’appartenenza dell’Italia alla Nato. Su questi due perimetri dovremmo puntare di più e con maggiore capacità di iniziativa.
Affacciato nel Mediterraneo con circa ottomila chilometri di costa, dirimpettaio di un Maghreb inquieto nel quale Mosca conta più di prima, vicino ai Balcani occidentali coltivati da influenza russa e cinese, il nostro è un Paese più vulnerabile di altri. La proposta avanzata di recente dal ministro della Difesa Guido Crosetto per affiancare diecimila riservisti ai circa 160 mila militari attualmente in servizio merita riflessione. Crosetto ha definito quello italiano «un assetto delle forze armate frutto dell’illusione di non doversi difendere più da alcun attacco». Andrebbe sviluppata convergenza tra maggioranza e opposizioni nell’adeguare questo assetto all’oggi e al domani.
L’età dei militari risente dell’invecchiamento generale dell’Italia. Il 54,6% dei volontari in servizio permanente nell’Esercito ha oltre 40 anni di età. Da un’indagine conoscitiva effettuata della commissione Difesa della Camera sul personale militare, emerge che le nostre forze armate fronteggiano un problema in passato inesistente: l’aumento delle domande per assistenza a genitori anziani prevista dalla legge 104. Non perché nelle caserme siano tutti ragazzi. Perché, grazie alle condizioni economiche diffuse e grazie al cielo, le esistenze dei genitori si allungano e in Italia tanti figli hanno più a lungo genitori in vita. Da risolvere c’è anche altro. Formata da personale per il 65% laureato o specializzato, la Marina ogni anno perde tra le 300 e le 400 persone: vanno a lavorare in aziende del settore civile che le pagano di più. Ce n’è di materia per elaborare politiche, se si vuole essere lungimiranti. Meglio occuparsene oggi oppure in futuro, durante una crisi internazionale in grado di coinvolgerci?
Restiamo lontani dallo spendere per la difesa il 2% del prodotto interno lordo che da membri della Nato ci siamo impegnati a raggiungere per il 2028. L’anno scorso si era all’1,46%. Uno studio dell’Istituto affari internazionali, Le implicazioni strategiche della guerra in Ucraina per l’Italia, evidenzia che occorre più personale per la sicurezza cibernetica dello Stato, che vanno potenziate le strutture tenute a lanci tempestivi per mandare in orbita un satellite in sostituzione di uno danneggiato da eventuali azioni ostili, che vanno aumentate le possibilità di far esercitare l’artiglieria a lungo raggio e i poligoni non bastano.
«Per la Difesa lo scopo primario è l’ammodernamento dello strumento militare e l’acquisizione della capacità di poter operare simultaneamente e in sincronia in tutti i domini operativi: terrestre, aereo, marittimo, spazio, cyber, subacqueo e cognitivo», ha detto il capo di Stato maggiore della Difesa Giuseppe Cavo Dragone nella presentazione dello studio. «Non possiamo più sprecare tempo», ha avvertito. «Cognitive warfare» è il modo di fare la guerra alterando le abilità cognitive del nemico, per esempio con disinformazione. Il senso dell’avviso è: vanno superati compartimenti stagni tra le armi, favorite azioni integrate perché integrati sono gli attacchi ricevibili.
Sui droni, lo studio osserva che «attacchi massicci tramite sciami, combinati con missili in alcuni scenari, potrebbero sopraffare gli attuali sistemi di difesa». All’alba del 7 ottobre Hamas ha sfibrato così da Gaza la sicurezza d’Israele. Noi, sottraendoli ad addestramento e formazione su una difesa che cambia, impieghiamo militari come para-poliziotti nell’operazione «Strade sicure». Davvero sicuri che il Paese si renda più sicuro così?

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