Slittano gli sgravi in busta paga per le lavoratrici con due figli. La norma vale 3 mila euro all’anno ma è bloccata dall’Inps. Mancano una circolare e il via libera del ministero

Per colpa della burocrazia la lotta contro l’inverno demografico slitta di almeno un mese. Così come la decontribuzione per mamme lavoratrici – a tempo indeterminato – con almeno due figli. Insomma il bonus Meloni parte in salita: dopo che l’iter della legge di Bilancio ha definito i termini per l’accesso – ridotti a poco meno di 700 mila donne nel settore privato – e ridotto il diritto al beneficio a un solo anno per chi ha due figli e a tre per chi ne ha di più; adesso si sposta più in là anche l’effetto positivo. Almeno di un mese, poi si vedrà.
La colpa, però, non è tanto dell’esecutivo che per la decontribuzione in via sperimentale ha stanziato – secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di Bilancio – circa 450 milioni di euro, quanto dei gangli della burocrazia che tengono ingessato il Paese. E in questo caso dell’Inps che non ha pubblicato la circolare esplicativa necessaria alle aziende per calcolare il dovuto nei cedolini di gennaio.
Il risultato è che a gennaio nessuna lavoratrice con almeno due figli ha visto in busta paga l’agognato aumento di circa 140 euro netto. Una beffa. Anche perché la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, aveva spiegato che sulla famiglia «la misura più significativa» prevista in legge di bilancio «riguarda il tema della decontribuzione delle madri. Noi prevediamo che le madri con due figli o più non paghino i contributi a carico del lavoratore».
Un impegno preso, proprio a partire da gennaio: «Il concetto che vogliamo stabilire è che una donna che mette al mondo almeno due figli, in una realtà in cui noi abbiamo disperato bisogno di invertire i dati sulla demografia, ha già offerto un importante contributo alla società, e quindi lo Stato cerca di compensare pagando i contributi previdenziali».
L’iter parlamentare e la necessità di tenere in ordine i conti pubblici hanno poi costretto l’esecutivo a rivedere al ribasso le proprie ambizioni. L’esonero contributivo da totale che avrebbe dovuto essere è stato ridotto a un massimo di 3 mila euro, senza limiti reddituali: circa 1.700 euro l’anno, poco più di 140 euro al mese. E la norma che nei piani della premier avrebbe dovuto essere strutturale da subito è stata “trasformata” in sperimentale. Tradotto: verrà applicata solo nel 2024 per le donne lavoratrici con due figli di cui uno con meno di 10 anni e fino a tutto il 2026 per le madri con tre figli di cui uno ancora minorenne. Se la norma funzionerà e ci saranno coperture a sufficienza, la prossima legge di Bilancio potrebbe prorogare il provvedimento.
Per ora, a bloccare «l’aumento» in busta paga è ora l’Inps che spiega: «È necessaria una circolare dell’Istituto, per dare istruzioni ai datori di lavoro». Insomma oltre un mese dopo l’entrata in vigore in via definitiva di una norma che per il governo è una bandiera in nome della natalità, la circolare è ancora «in fase di stesura», ma non basta perché una volta redatta «sarà sottoposta all’approvazione del Ministero vigilante». E solo allora sarà inviata ai datori di lavoro per darvi esecuzione.
Abbastanza perché attraverso i social emerga la delusione delle madri che aspettavano la decontribuzione. Ma d’altra parte non è la prima volta che i provvedimenti legati a forme di sostegno al reddito vengono frenati dalla burocrazia. È successo lo scorso anno quando venne innalzata la soglia dei fringe benefit – allora furono necessarie diverse settimane perché i lavoratori potessero avervi accesso – e sempre nel 2023, quando il governo Meloni aggiunse un mese di congedo parentale retribuito all’80% per genitori. La norma di per sé autoapplicativa tardò a diventare efficace.
Secondo la stima dell’Ufficio parlamentare di Bilancio il beneficio di questa decontribuzione, al netto delle imposte, cresce progressivamente fino ad attestarsi su circa 1.700 euro, raggiunti in prossimità della retribuzione lorda di 27.500 euro, valore che resta pressoché costante per le retribuzioni superiori. Per redditi fino a 35 mila euro, la decontribuzione si somma al taglio del cuneo. Secondo le stime del Tesoro, le lavoratici madri del settore privato con almeno tre figli, di cui uno sotto i 18 anni, sono circa 111mila. Le addette con due figli, di cui uno sotto i 10 anni, sono circa 571mila.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *