È giusta la scelta di stabilizzare il presidente del governo ma evitando avventurose fratture

Le proposte di cambiare la nostra Costituzione hanno da tempo avuto una duplice e opposta natura. Da un lato, la parola «riforma» ha significato rottura in quel consolidato costituzionale che, nonostante tutto, si è nel tempo coagulato come fattore di unione, magari invisibile, della nostra comunità nazionale: superando le divisioni della guerra civile, il trauma tragico del terrorismo, la crisi della pandemia. Dall’altro lato, «riforma» ha significato il completamento della Costituzione: recuperando la pienezza di senso in norme e istituti rimasti incompiuti nella Carta. Paradossalmente: «restaurandone» l’attualità.
È questa la contrapposizione fondamentale: a partire dalla storica lotta per le garanzie 1948-1962 — convenzionalmente culminata nella presidenza Gronchi — e fino ai giorni nostri. Il discorso sulla Costituzione, cioè, ha diviso e divide chi ne vuole una riforma-completamento da chi ne vuole una riforma-rottura.
Prendiamo, per esempio assai attuale, l’ordine del giorno Perassi, vero e proprio originario atto di indirizzo politico costituzionale. Esso sceglie il «sistema parlamentare» da «disciplinarsi», tuttavia, con «dispositivi costituzionali» contro ostruzionismi e instabilità. Qualcuno lo interpreta come segno di apertura a un possibile cambiamento della «base del sistema» (per citare la Meloni): anche con forme di elezione diretta. Altri ritiene che «disciplinare» sia cosa diversa dal correggere questa «base» e men che meno dal rimuoverla e sostituirla con tipi di presidenzialismo, testualmente negati in quel documento.
Ancora. Per alcuni, la elezione diretta del governo, significa dare voce al popolo contro le manovre dei partiti. Per altri, è stata invece la perdurante mancata attuazione dell’articolo 49, sulla democrazia interna dei partiti politici, a provocare — dentro e fuori il Parlamento — un loro progressivo snaturamento. Pensano perciò che l’elezione di un leader scelto con un meccanismo di democrazia diretta, con il Parlamento ridotto a «bagaglio presso», finirebbe per negare del tutto il loro «concorso» — di rappresentanza e di filtro — costituzionalmente necessario per «determinare la politica nazionale».
Ma la divisione tra rottura e completamento risulta più netta se prendiamo la interpretazione della formula — «la sovranità appartiene al popolo» — con cui comincia la Costituzione. Alcuni ritengono che la fedele applicazione di questo principio sia proprio quello di una riforma che affidi immediatamente la decisione al popolo, senza tanti giri viziosi. La democrazia diretta non sarebbe affatto un mito e dovrebbe attuarsi radicalizzando il potere di scelta popolare. («Volete contare e decidere o restare a guardare?» ha infatti chiesto suggestivamente la Meloni.)
Altri registrano invece la grande mutazione dell’elettorato per cause che eccedono i confini nazionali e riguardano l’universo mondo. Constatano la crescente intensità con cui le nuove tecnologie di comunicazione condizionano e manipolano la formazione della decisione pubblica: con campagne massive, invasive e di difficilissimo contrasto negli slogan, nelle deep fake, nella falsificazione persino delle immagini. E concludono che contro tutto questo c’è semmai la necessità di maggiori intermediazioni, di selezioni: di partiti e di parlamentarismo, insomma.
Soprattutto perché la democrazia diretta non solo è morta come fattore di verità politica ma conduce a una retrocessione antimoderna. La forza della suggestione di massa si basa sulla reintroduzione di fattori emotivi che la modernità aveva escluso dal discorso politico: come il condizionamento religioso, la morale sessuale, il pregiudizio razziale.
Insomma, si ripropone oggi l’antagonismo tra completamento e rottura. Ma la giusta scelta di stabilizzare il presidente del governo dovrebbe evitare di smarrire la naturale corsia parlamentare: con avventurose fratture di legittimità nel punto chiave della Costituzione.

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