Le posizioni (e le divisioni) anche tra i cattolici. Ma la posta in gioco in questo momento è davvero alta
Ideologia e linguaggio. Provatevi a dire che, stante la pericolosità della situazione internazionale, è giusto che i Paesi europei provvedano a rafforzare, ciascuno e collettivamente, le loro capacità di difesa militare. Vi imbatterete subito in qualcuno che vi accuserà di avere una posizione «bellicista» o guerrafondaia. Se non che, bellicista, se le parole hanno un senso, è la posizione di chi vuole fare la guerra, di cui vuole attaccare qualcun altro. Come si fa a definire «bellicista» chi vuole soltanto che il Paese in cui vive sia messo in grado di difendersi da eventuali minacce o aggressioni altrui? Chi lo dice, evidentemente, è vittima di un (auto) indottrinamento ideologico che lo rende incapace di discernimento.
Il che si palesa nell’uso scorretto che egli fa delle parole. Al fondo, come ha osservato Ernesto Galli della Loggia(Corriere, 4 maggio), c’è la bizzarra convinzione secondo cui basta decidere di non avere nemici perché, abracadabra, i nemici non esistano o, se esistono, scompaiano improvvisamente. Come per magia. Da qui l’accusa di «bellicismo» nei confronti di chi vorrebbe provvedere alla sicurezza e alla difesa: «Pensi che prima o poi possa arrivare qualcuno a minacciarti? Allora sei un bellicista, un guerrafondaio». Chiunque si provi a replicare si trova di fronte a un muro (ideologico) impenetrabile. Si spreca il fiato se si cerca di spiegare ciò che dovrebbe essere evidente anche a un bambino.
Ossia che nella vita reale i potenziali nemici sono perfettamente in grado di manifestarsi senza alcun riguardo per i sogni o i sentimenti di chi ha deciso che non avrà mai nemici.
La perdita di contatto con la realtà propria di chi adotta questa posizione è poi sfruttata, come sempre in politica, da quelli, assai più lucidi, che hanno interesse a farlo. È facile vedere come, ad esempio, per quella via si arrivi facilmente a trattare da «guerrafondai» gli ucraini impegnati a difendersi dall’invasore russo. E ciò che ama fare Trump e non solo lui. Cosa che risulta molto comoda sia per Putin sia per i suoi fiancheggiatori-fan presenti in Europa, Italia compresa.
Finita l’epoca della protezione americana dell’Europa noi europei siamo entrati in un mondo in cui i pericoli sono cresciuti e sono destinati a crescere ancor di più. Fino a qualche anno fa si poteva sorridere di fronte a certe manifestazioni di ingenuità. Nel mondo in cui siamo ora (e dove, plausibilmente, resteremo) non ci si può più permettere i sorrisi. Perché chi crea disorientamento nell’opinione pubblica non l’aiuta a fronteggiare i pericoli presenti e futuri.
In un precedente editoriale (28 aprile) ho scritto che la Chiesa cattolica la quale, anche in una società secolarizzata, resta una guida morale importantissima, può fare tanto per aiutare una opinione pubblica spaventata e confusa di fronte ai rischi del nostro tempo. Il mondo cattolico però, come è sempre stato, è diviso. Al suo interno ci sono posizioni differenziate. C’è quella, plausibilmente maggioritaria, di chi, appellandosi a una saggezza antica, ha ben presente la differenza che corre fra la «città di Dio» e quella terrena e proprio per questo continua ad operare, come nei secoli passati, per confortare le persone e alleviarne le sofferenze. È la Chiesa alla quale anche i non credenti dovrebbero essere riconoscenti. Lo sono coloro che sanno che il cristianesimo, sia pure nel modo tortuoso con cui procede la storia, ha tanto a che fare con quelle libertà che, lentamente, attraverso i secoli, si sono affermate in Europa occidentale.
Però, come si è detto, la Chiesa e il mondo cattolico non sono una entità monolitica. Ci sono, al loro interno, anche posizioni che, se prevalessero, non farebbero il bene degli europei. Oggi si può constatare che c’è una parte del mondo cattolico, plausibilmente minoritaria, ma che dispone di una rilevante presenza mediatica, che sembra avere abbandonato la saggezza antica. E che punta, in Italia, a creare una discontinuità rispetto al passato, a cancellare quell’eredità degasperiana, che è, nel nostro Paese, l’espressione migliore , più alta, del cattolicesimo politico. È una corrente composta da coloro che, in nome della pace, paiono negare legittimità persino alla guerra difensiva. Come se gli ucraini, al momento dell’invasione russa, non avessero altro diritto che quello di arrendersi immediatamente, di sventolare subito la bandiera bianca.
Da questa posizione deriva che né i singoli Stati europei né le loro istituzioni collettive (Unione europea, Nato) hanno il diritto-dovere di provvedere alla propria sicurezza investendo in difesa militare. Ma poiché l’essenza della statualità consiste precisamente nella capacità dello Stato di operare per garantire ai propri cittadini il massimo di sicurezza possibile (e la difesa militare ne è parte integrante), negare quel diritto-dovere significa negare valore alla statualità in quanto tale. Con due conseguenze o implicazioni. La prima consiste nel fatto che in questo modo quegli ambienti cattolici sembrano considerare superato o obsoleto, niente di meno, il compromesso fra Chiesa e Stato su cui si è costruita l’Europa moderna. La seconda implicazione è che essi mostrano indifferenza rispetto alla possibilità che gli Stati europei restino senza difese di fronte ai famelici predatori che ci circondano. Nella fase attuale, significa accettare che la Russia (la quale, oltre a combattere sul terreno in Ucraina, sta da tempo usando le armi della guerra cibernetica contro gli ignari europei) riesca a estendere la sua influenza su tutta l’Europa.
La posta in gioco è davvero alta. Ma è lecito avere fiducia nella capacità della Chiesa di tenere a bada, come ha fatto in passato, i pregiudizi, le forme ingenue di ostilità allo Stato, che periodicamente riaffiorano, in certe sue correnti interne.
