Vogliamo tutti la fine dei conflitti ma non possiamo illuderci che provveda l’Onu. La Chiesa può aiutare gli italiani a non nascondere la testa sotto la sabbia e ad acquisire più consapevolezza dei rischi che questi tempi fanno correre a tutti

Porgere l’altra guancia? Ricapitolando quanto dicono unanimemente i vari sondaggi esiste una maggioranza, sia pure relativa, di italiani contraria a aumenti della spesa militare, favorevole a riacquistare il gas russo (e al diavolo gli ucraini), contraria a inviare navi militari nello stretto di Hormuz per bonificare-sorvegliare l’area dopo un eventuale consolidamento della tregua. Tutto ciò richiama alla memoria una celebre battuta attribuita a un fumettista, Walt Kelly: «Ho incontrato il nemico: siamo noi». L’atteggiamento di tanti italiani si riassume così: noi vogliamo solo tirare a campare qui e ora. Di che cosa accade intorno a noi e, persino, di cosa potrebbe accadere al nostro stesso Paese in un prossimo futuro non ci importa nulla. Ciò si presta a due considerazioni. La prima: come può un governo, quale che sia il suo colore politico, in queste condizioni, operare per migliorare, per quanto possibile, la sicurezza del Paese? La seconda: non è forse il caso di tentare di smontare i tanti «ismi», i tanti giochi di prestigio ideologici, inventati per coprire-giustificare tali atteggiamenti? Occorrerebbe ben chiarire di fronte a un’opinione pubblica confusa e spaventata che l’amore per la pace è proprio di qualunque persona dotata di senno. Ma le sue degenerazioni ideologiche sono alibi per giustificare l’inazione, per nobilitare l’atteggiamento di chi nasconde la testa sotto la sabbia.
Si consideri quel gioco delle tre carte in cui l’élite politica indulge a seconda delle circostanze, quando di volta in volta, in base alla convenienza del momento, si dichiara cosmopolita (viva l’Onu) oppure sovranista, e ancora cosmopolita (di nuovo viva l’Onu) o europeista. Fingendo di non vedere incompatibilità, incoerenze e paradossi. Fu il governo Meloni a invocare l’Onu quando circolava l’ipotesi (poi tramontata, causa l’indisponibilità russa a una qualsiasi tregua in Ucraina) di mandare là truppe europee come forze di interposizione. Ed è ora l’opposizione a invocare di nuovo l’Onu mentre si discute se mandare navi militari europee a Hormuz. Questo tirare in ballo, a corrente alterna, l’Onu quando non si sa come cavarsela di fronte ai propri elettori, merita attenzione. Per cominciare va detto che l’uso, tra lo strumentale e l’ideologico, dell’Onu (vogliamo chiamarlo «onuismo»?) sembra essere una specialità italiana. Chi studia il nostro Paese dovrebbe occuparsene. Perché ha molto a che fare con quegli alibi, o razionalizzazioni ideologiche, di cui sopra si è detto. C’è qui da noi chi spaccia l’Onu per un embrionale o possibile «governo mondiale». Un’idea ridicola.
L’Onu è soltanto un consesso di Stati, un foro in cui le varie posizioni, i vari interessi nazionali, vengono pubblicamente esposti. Ciò che vi accade aiuta a capire quali siano le alleanze e le contro-alleanze del momento. C’è poi chi è solito trattare persino le dichiarazioni del Segretario generale (l’attuale non è noto per la sua imparzialità di fronte ai conflitti in corso) come se fossero sentenze della Corte costituzionale italiana. Sono quelli che amano invocare la «legalità» internazionale (anche se, ovviamente, non saprebbero definirla) . Come se il sistema internazionale fosse una specie di «Stato di diritto» globale e l’Onu una super-magistratura che stabilisce imparzialmente ragioni e torti. Nulla di tutto questo è vero, ovviamente. L’Onu ( erede della Società delle Nazioni) è figlia di una idea che ha le sue radici nella tradizione liberale occidentale , l’idea che fosse possibile superare la competizione di potenza dando vita a un sistema di sicurezza collettiva. Un ideale generoso. In virtù del quale l’Onu ha svolto spesso un’opera assai utile di limitazione dei conflitti in questa o quell’area. È questa, possiamo dire, la parte migliore dell’attività dell’Onu, sono questi i suoi veri meriti , come ha ricordato in occasione del 25 Aprile il Presidente Mattarella.
Tuttavia, nonostante le ambizioni, o le illusioni iniziali, l’Onu non ha mai eliminato la competizione di potenza. Né all’epoca della Guerra fredda, ai tempi della contrapposizione Usa/Urss, né oggi. In sede Onu, inoltre, ormai contano sempre più Paesi e culture assai lontane da quella tradizione liberale di cui la suddetta organizzazione è una filiazione. Paesi che, come è naturale, cercano di favorire in quella sede decisioni coerenti con i propri interessi. Chi idealizza l’Onu dovrebbe chiedersi come mai un regime come quello iraniano sia sempre trattato con i guanti da quelle parti. Spacciato, di volta in volta, per un campione dei diritti umani o per un credibile fautore dello «sviluppo sociale» (sic).
Tutto ciò significa, ad esempio, che chi si dichiara europeista dovrebbe sempre saper distinguere, nelle scelte del Consiglio di sicurezza o dell’Assemblea generale, quelle coerenti con gli interessi dell’Europa e quelle che non lo sono.
Ciò che ho chiamato onuismo è una forma di cosmopolitismo contraffatto. Non avrebbe avuto successo se non fosse l’espressione secolarizzata di sentimenti antichi, se non fosse l’eco di qualcosa di nobile, ossia della tradizione cattolica del Paese, dell’universalismo della Chiesa cattolica. Proprio per questo la Chiesa può fare molto per aiutare gli italiani, spaventati e confusi, a non nascondere la testa sotto la sabbia, ad acquisire una maggiore consapevolezza dei rischi che i tempi presenti fanno correre a tutti. È vero, viviamo in una società largamente secolarizzata. Ma ciò non toglie che la Chiesa resti, per tanti italiani, una guida morale importantissima. È essenziale che i vescovi italiani, mentre giustamente invocano la pace, aiutino gli italiani a comprendere che non c’è contraddizione fra volere la pace e difendersi dai potenziali pericoli, non c’è contraddizione fra mantenere una attitudine pacifica, per nulla aggressiva verso chicchessia e, contemporaneamente, riconoscere non il diritto ma il dovere dei governi di fare tutto ciò che è in loro potere per difendere i loro Paesi da possibili aggressioni altrui.
Se è giusta la diagnosi di chi pensa che i pericoli siano destinati a crescere e non a diminuire occorre aiutare gli italiani a prenderne coscienza. Il che significa, prima di tutto, sbarazzarsi di alibi e di pericolose ideologie.

A.N.D.E.
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.