In corso non c’è «una guerra tra generazioni». Il vero disagio è un Paese che non cresce dove a fallire è il futuro
«I giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti», ha sostenuto Mario Draghi qualche giorno fa. È un fatto che i loro interessi e il loro futuro siano da anni e anni in basso nella lista delle priorità dei governi: come si dice sempre, per i politici contano più le pensioni della scuola. Questa non è però l’unica motivazione alla base delle ribellioni delle ultime settimane in Europa e altrove, tra l’altro diverse tra loro. Lo stesso ex presidente del Consiglio ha sottolineato che è la scarsa crescita dell’economia a rendere difficile la «giustizia sociale intergenerazionale». I due corni del dilemma — mancanza di crescita e politiche per i giovani — convergono nella stessa direzione.
Le non molte misure che vengono prese a favore di chi sta per entrare nella società e nel mondo del lavoro sono in genere di breve respiro, finalizzate a calmare qualche tensione, per lo più assistenzialiste. Quelle destinate agli adulti e agli adulti di età avanzata sono molto più numerose, non sempre efficaci, spesso anch’esse forme di sussidio sempre presenti nelle scelte della politica. È che raramente i governi hanno come stella polare il futuro, l’obiettivo di creare un ambiente favorevole allo sviluppo di energie libere e creative. Il risultato è stagnazione, dinamiche sociali bloccate. È la base del disagio giovanile.
Anche il dibattito seguito alle manifestazioni di queste settimane è sembrato avere il fiato corto: analisi che verranno presto dimenticate. Le proteste dei giovani sono state ampiamente trattate attraverso lenti sociologiche: il ruolo dei social media, l’attrazione delle scarpe in vetrina, la frustrazione verso chi vive nel successo e così via. Elementi reali ma insufficienti a spiegare ciò che sta succedendo, inadatti a indicare politiche che sappiano dare qualche risultato. Tutto in un quadro di lotta tra generazioni, come se davvero la società e la vita delle persone si potessero catalogare in Baby Boomer, Generazione X, Millennial, Gen Z. In realtà, ci sono alcuni punti fermi, spesso trascurati, che possono meglio chiarire ciò che sta accadendo.
Le disuguaglianze sono diventate da qualche anno una questione centrale nel racconto dei mali della società, non solo in Italia. E, certo, tra i giovani, il tema è regolarmente citato. Le disuguaglianze sono diventate un manifesto politico. È però difficile sostenere che siano le differenze di reddito e di patrimonio a creare il disagio giovanile. Piuttosto, sono la povertà, la difficoltà a vedere in positivo il futuro, l’ostacolo ad accedere a una casa e ad avere figli ad alimentare la frustrazione di molti giovani. Non che le disuguaglianze, anche enormi, manchino. Ma a provocare la ribellione non è il fatto che esistano, è l’impossibilità percepita di ridurle salendo la scala sociale, non tanto facendo scendere gli altri. La responsabilità delle classi dirigenti è l’avere accolto senza ribattere l’idea della somma zero, che il benessere di uno sia l’impoverimento dell’altro.
Un secondo punto fermo è che la galassia giovanile non è un unicum e nemmeno una classe sociale come poteva esserlo la classe operaia, con un interesse e modi di essere omogenei. Al suo interno, le differenze sono molte e non sempre hanno radice nelle situazioni sociali della famiglia: da un lato, ci sono migliaia di giovani che si emancipano dalle condizioni di partenza, dall’altro le difficoltà di chi nasce in una famiglia con pochi mezzi sono dovute appunto alla povertà, non solo materiale: non alle disuguaglianze.
Un terzo punto rilevante è la perdita di centralità della scuola, almeno in Italia. In altri Paesi, dalla Svezia al Regno Unito, il sistema dell’istruzione è stato sottoposto a riforme che stanno dando risultati, in Finlandia e in Germania rimane di buona solidità. Da noi, l’abbandono scolastico è allarmante e origina, ancora, nella povertà famigliare, cioè nella più che decennale mancata crescita reale dell’economia italiana. Infine, c’è l’attesa dell’intervento dello Stato, in forma assistenziale, che risolva i problemi, forte nelle manifestazioni in Francia ma largamente presente anche in Italia. Lateralmente, ci sono i movimenti ideologici spesso alla base delle violenze ma questi hanno numeri limitati e sono un problema diverso.
Le risposte che arrivano dalla politica sembrano marginali rispetto alla realtà, di breve respiro quando non sono controproducenti. La proposta di bloccare gli affitti per favorire giovani e studenti, per esempio, porterebbe a meno case in affitto sul mercato, così come l’idea di aumentare gli oneri di chi costruisce case ridurrebbe l’offerta di appartamenti. Gli incentivi per l’assunzione di giovani possono essere misure di emergenza ma non cambiano la dinamica del mercato del lavoro: è lo sviluppo dell’economia a guidare l’occupazione e a creare opportunità. Non sono le misure poco utili o dannose la soluzione ma, al contrario, un Paese che semplifica i vincoli al fare impresa, che riduce la burocrazia, che taglia le spese che fagocitano l’attività, che si apre alla concorrenza, che riduce via via le tasse: che cioè mette le basi per un’economia che cresce e crea fiducia.
Benedetti dall’età ma mandati in purgatorio dalla stagnazione pluriennale, ragazze e ragazzi non hanno bisogno della promessa di un «socialismo per i giovani». Che non sarebbe un paradiso e comunque non esiste.
