L’obiettivo della visita del presidente Xi Jinping a Parigi, Belgrado e Budapest

Una volpe s’è aggirata per l’Europa. O era forse un lupo? Il viaggio dei giorni scorsi di Xi Jinping tra Parigi, Belgrado e Budapest era stato considerato da molti osservatori come molto astuto. L’anno scorso, Emmanuel Macron era andato a Pechino e aveva clamorosamente preso le distanze dagli americani sulla difesa di Taiwan e ora Xi ha ricambiato: per qualche mese non imporrà dazi esagerati sulle importazioni di cognac in Cina. Poi, è stato più generoso nelle due visite ad amici (suoi e di Putin), una in Serbia e una in Ungheria: la prima in un Paese fuori dalla Ue e dalla Nato, la seconda in uno che fa parte di entrambe le organizzazioni ma le ostacola dall’interno. Probabilmente, a Pechino il tour si continua a vederlo così: diplomazia raffinata. E in Occidente anche: da noi europei, i governanti cinesi sono sempre visti come abili e smaliziati. Volpi.
Calmate le onde sollevate dallo strano itinerario dell’uomo forte di Pechino, si può cercare di dare un giudizio a freddo della sua strategia e della sua tattica. La prima è preoccupante, la seconda non sembra poi così geniale e sottile.
La strategia era già conosciuta ma la settimana europea di Xi è stata irruente, non dissimulata e quasi bellicosa, come mai prima: per il modo in cui Pechino ha pianificato il viaggio; per i contenuti dei colloqui e delle dichiarazioni; per il denaro che il leader cinese ha promesso di inviare nelle casse dei governi di Aleksandar Vucic e Viktor Orbán.
L’obiettivo non celato dei dirigenti confucian-comunisti cinesi è quello di dividere gli europei, sia nella Ue sia nella Nato, e di conficcare (per quello che è possibile) un cuneo nella relazione transatlantica.
Gli investimenti che la Cina ha annunciato in Serbia e in Ungheria hanno un lato commerciale: nel primo dei due Paesi, costruire infrastrutture per portare nell’Europa centro-orientale le proprie merci scaricate nel porto greco del Pireo (in buona parte gestito da cinesi); nel secondo, impiantare fabbriche in un territorio della Ue per scansare i probabili dazi che Bruxelles imporrà sulle importazioni dalla Cina di auto elettriche e di altri prodotti per la transizione climatica. Il lato politico è ancora più rilevante.
Xi e la delegazione che lo seguiva hanno accompagnato gli investimenti promessi con un atto diplomatico forte: hanno elevato la relazione di Pechino con Budapest a un livello di amicizia e vicinanza superato solo da Pakistan e Russia. E il leader cinese ha elogiato la politica estera «indipendente» di Orbán e la sua sfida alle politiche di grande potenza: con ciò intendendo i boicottaggi delle politiche della Ue e gli ostacoli che spesso Budapest frappone alla Nato (l’Ungheria, tra l’altro, avrà la presidenza di turno comunitaria dal primo luglio, durante i sei mesi successivi alle elezioni del Parlamento europeo).
Il messaggio: chi in qualche modo si svincola da Bruxelles e Nato sarà ricompensato con l’amicizia della Cina e soprattutto con i suoi investimenti. Informazione già registrata da altri orecchi sensibili: il primo ministro slovacco Robert Fico ha pronte le valigie per una visita ufficiale a Pechino in giugno.
Successi tattici facili, tutto sommato, a Belgrado e a Budapest. L’incontro più rilevante, quello con Macron, è invece stato tutto meno che un trionfo per Xi. La promessa di sospendere l’imposizione di dazi sul cognac fa piacere a Parigi ma, obiettivamente, è marginale. Soprattutto per un presidente francese che ha cambiato radicalmente analisi sulla Cina (e non solo) rispetto al viaggio di Pechino nel 20023.
Se per un certo periodo in Occidente ci si è illusi che la Cina potesse fare da mediatore in Ucraina, oggi è evidente non solo che il gigante asiatico non è equidistante tra Mosca e Kiev ma che sta attivamente sostenendo il Cremlino e che continuerà a farlo. Per Xi, è essenziale che Putin non perda: ciò infliggerebbe un duro colpo alla sua teoria centrale, secondo la quale l’Occidente è in declino irreversibile. L’alleanza tra Cina e Russia ne risulterebbe compromessa e l’obiettivo cinese di «revisionare» l’ordine internazionale si allontanerebbe di anni, probabilmente troppi per Xi. Per questo, Pechino ha aumentato in misura eccezionale le forniture dual-use (sia civili sia militari) a Mosca dal marzo dell’anno scorso quando il leader cinese visitò un Cremlino che temeva la controffensiva ucraina. Per quanto inizialmente ben disposto verso la Cina, Macron ha preso atto della situazione. Il dialogo con Xi nei panni da lupo è stato impossibile.
Il risultato del curioso viaggio europeo del leader cinese è la certificazione del suo desiderio di dividere Ue e Nato e di allontanare l’Europa dagli Stati Uniti. Ed è la certificazione del suo appoggio all’aggressione russa all’Ucraina: non è forse una forzatura dire che non è, come sostengono alcuni, l’Occidente a usare Kiev per attaccare la Russia ma è Pechino a usare Mosca per indebolire l’Occidente. D’altra parte, è nella cultura politica e militare cinese ritenere che una guerra, anche eventuale, si vince prima di iniziarla: stremare l’avversario fino a metterlo nelle condizioni di cedere. Questo è l’aspetto preoccupante del viaggio di Xi. Sul piano tattico, però, ha sì distribuito premi a Belgrado e a Budapest ma la sua inattesa ed esibita aggressività ha fatto alzare avvisi di pericolo a Parigi e in tutta Europa. Che ora sono forse più consapevoli di prima della portata della sfida cinese. Non sempre è una volpe quella che arriva da Pechino.

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