Record di occupati. Ma mancano i profili che vengono richiesti dal mercato

Le statistiche sull’occupazione, da qualche tempo, dicono di un Paese nel quale si stanno creando alcune condizioni positive per il lavoro. Merito della grande capacità delle imprese italiane di conquistare quote di mercato, di adattarsi all’innovazione, di aumentare l’export. Dei segnali che sono arrivati dalla legge di Stabilità sul fronte della riduzione delle imposte sul lavoro, ma soprattutto di un tessuto industriale e di servizi che dimostra, nonostante tutto, una capacità di adattamento fuori dal comune. I numeri dicono che sono stati creati 456 mila posti e che il tasso dei senza lavoro è sceso a un livello che non si vedeva dai tempi della crisi Lehman, nel 2008. Una crisi nata negli Stati Uniti che si è propagata ovunque con ferite ancora visibili.
Se guardiamo all’Italia, la crescita lenta di questi anni vede ancora il Prodotto interno lordo sotto di circa 4 punti percentuali rispetto a quell’anno orribile. È vero, l’occupazione in questi mesi ha battuto i suoi record. Ma può bastare leggere quel numero come il termometro di uno stato di salute sano? Vale la pena di cominciare a entrare in questi dati, per scoprire come il divario occupazionale tra il Nord e il Sud del Paese non mostri ancora nessuna riduzione, segno che anche la spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza non ha ancora sortito tutti gli effetti auspicati. E c’è poi un elemento che, quando si parla di lavoro, andrebbe messo in primo piano: il nodo delle competenze. Secondo l’ultimo dato di Excelsior Unioncamere le imprese avevano programmato per l’anno scorso 5,5 milioni di assunzioni. Eppure qualcosa ancora non funziona: quelle effettive non arrivano al 50%. Per strada si perde un posto di lavoro su due. Il motivo? Mancano i profili che vengono richiesti dal mercato. È il paradosso (intollerabile) del lavoro che c’è e non si riesce a coprire. Un aspetto davvero difficile da comprendere, insieme al fatto che in alcune aree del Paese o per alcune fasce di età la soglia di disoccupazione è stabilmente sopra le due cifre. Decisamente troppo.
Per questo diventa necessario costruire percorsi di competenze in grado di migliorare queste statistiche. Gli ultimi dati indicano un aumento sul fronte occupazione per le donne ma non bisogna dimenticare che durante la pandemia il 99% dei posti di lavoro persi era riferibile proprio a loro e che il divario da colmare resta ancora alto. Rimane aperta la questione giovani, le percentuali che li riguardano fotografano un malessere che va affrontato. Una sfida che deve coinvolgere tutto il sistema della formazione, umanistica, tecnologica, professionale, le scuole dei mestieri della manifattura. Il percorso avviato con il rafforzamento degli Istituti tecnici superiori (Its) rappresenta una prima risposta a questa urgenza, ma è necessario accelerare. Lo stesso vale per tutta l’istruzione tecnica e professionale. Dalle Università segnalano il calo degli iscritti: nel 2022 la riduzione delle matricole è stata di circa il 2%. Un dato che sembra piccolo ma che è peggiore del rallentamento del Pil, perché vuole dire che alcuni ragazzi e alcune ragazze non associano più la formazione alla possibilità di costruirsi un futuro. Sono segnali che vanno letti insieme al record di occupati, altrimenti la fotografia del Paese sarebbe parziale. Se guardiamo le statistiche Svimez, oltre un milione di giovani è andato via dal Sud alla ricerca di un lavoro e di una possibilità. Certo, il capitale umano per definizione deve girare, attraversare confini, cercare nuove possibilità, ma quando il fenomeno diventa così rilevante da rappresentare una migrazione allora bisogna chiedersi cosa non funziona nel nostro sistema lavoro. Come dire: quel record potrebbe essere addirittura più alto se si cominciasse, finalmente a ragionare del tempo di lavoro e del tempo di formazione come un’unica linea. Una sfida che riguarda il governo ma che coinvolge i sindacati e dovrebbe essere al primo posto tra le priorità del nuovo presidente della Confindustria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *