Vittoria al governatore uscente. Le liste: bene Forza Italia, oltre il 13%, tiene la Lega (8,4%). FdI vicina al 25%, il Pd è sopra il 18. Il M5S non sfonda: 7,1%

Abruzzo amaro per il centrosinistra. Non riesce il bis della Sardegna. Marco Marsilio, fedelissimo di Giorgia Meloni è al 53,5%, avanti di sette punti rispetto a Luciano D’Amico, esponente di una coalizione larghissima di centrosinistra, e ottiene la riconferma a governatore. Questo il dato che si consolida nella notte. Quando sono passate le due il presidente uscente arriva per la festa al suo comitato: «Il testa a testa c’era solo nei loro sogni, il campo largo non è il futuro».
La sconfitta è netta. E gela gli entusiasmi dei progressisti delle ultime due settimane. L’auspicato aumento dell’affluenza non c’è stato. Gli indecisi sono rimasti a casa. Hanno votato addirittura meno elettori di cinque anni fa: un punto in meno, 52,2% per cento contro il 53.
La premier può tirare un sospiro di sollievo. È anche una sua affermazione personale. Fratelli d’Italia è il primo partito, col 24,1 per cento. Nell’Aquilano il centrodestra sfiora il 70 per cento. Colpisce l’affermazione di Forza Italia, attorno al 13,4%. La Lega di Salvini si ferma all’7,6. La lista Marsilio al 5,7.
Nel centrosinistra il Pd è il primo partito, col 20,3. Male il M5S, che si ferma al 6,95 per cento, nonostante gli sforzi di Giuseppe Conte che si era presentato più volte in Abruzzo. Il derby con Elly Schlein però l’ha perso. Verdi e Sinistra sono al 3,5%. Calenda attorno al quattro.
Alle 23 gli exit poll avevano segnalato già un vantaggio di Marsilio su Luciano D’Amico, il candidato del campo largo. Infatti nel comitato di Marsilio, dove si è radunata una gran folla, era partito un applauso liberatorio. Il secondo exit poll, delle 23,30, dava infatti il centrodestra tra il 50,5 e il 54,5 per cento. Il centrosinistra si era fermato tra il 45,5 e il 49,5. La coalizione di centrodestra aveva una forchetta tra il 49,5 e il 53,5, quella del centrosinistra tra il 46,5 e il 50,5. Una fotografia che lasciava poche speranze a sinistra.
Il primo a parlare è stato il senatore di Fratelli d’Italia Guido Liris: «Sulla base dei primissimi dati possiamo commentare un vantaggio che sentivamo nell’aria del presidente che credo aumenterà col passare delle ore. Un vantaggio che dà ragione a una coalizione di centrodestra e a un presidente di regione che hanno bene operato».
Luciano D’Amico ha atteso i risultati a casa, a Pescara. I suoi l’hanno descritto “tranquillo”. Ma se questi dati saranno confermati la sconfitta è comunque dolorosa. Parlerà oggi alle 11 in conferenza stampa. Nel suo comitato, in piazza Unione, le cattive notizie sono state accolta in silenzio. Nessun commento ufficiale. Il primo politico a presentarsi è stato Giovanni Legnini, che cinque anni fa venne sconfitto proprio da Marsilio. Il primo a parlare Gianluca Castaldi, ex senatore M5S, quando erano quasi le due di notte: «La partita è ancora aperta», ha detto con un eccesso di ottimismo. «Certo, la gente non è andata a votare».
Proprio il dato sull’affluenza aveva un po’ raffreddato gli entusiasmi lievitati nel corso della giornata. È addirittura diminuita di un punto rispetto a cinque anni fa. Impossibile sperare così nel ribaltone. A lungo, a sinistra, si è confidato nel voto di opinione. Il campo largo aveva scommesso tutto sulla possibilità di convincere gli indecisi. Un bacino di 600mila elettori. Nelle ultime due settimane si è puntato tutto sulla mobilitazione di questa parte dell’elettorato. Ma questo conto non è tornato. Il dato dell’affluenza delle 12 aveva acceso la fiamma della speranza. L’affluenza era cresciuta di tre punti rispetto al 2019, alle 19 questo vantaggio si assottigliato di due punti. E alle 23 è calato, al 52,19.
L’Abruzzo è stato per giorni il cuore della politica italiana. Una regione di un milione e duecentomila elettori finita sotto i riflettori, anche perché questo è il feudo di Giorgia Meloni. All’Aquila c’è infatti il suo collegio. Marco Marsilio, romano del Presentino, è stato imposto dalla premier, pur non essendo abruzzese, e pur risultando tra i peggiori governatori d’Italia secondo gli indici di gradimento. Eppure ha vinto.
Per il governo era una sfida cruciale, visto che ben dodici ministri si sono presentati in Abruzzo. Matteo Salvini, che nei prossimi mesi si gioca molto, aveva collezionato addirittura dodici tappe. Il governo aveva scatenato tutta la sua potenza di fuoco, ripristinando, tra gli altri, i finanziamenti per la ferrovia Roma-Pescara. Era una questione di vita e di morte. Perdere il fortino nero, per quanto piccolo, avrebbe avuto un impatto simbolico non trascurabile. Ora la destra può continuare a guardare con rinnovata fiducia alle prossime sfide: Basilicata, il 20 aprile, e Piemonte a giugno.
Resta da capire come impatterà questo cimento sul centrosinistra, mai così unito, che aveva trovato forza dalla vittoria in Sardegna. I leader, da Elly Schlein a Giuseppe Conte, passando per Carlo Calenda, hanno fatto campagna per il mite ex rettore con la barba grigia e gli occhiali, figlio dell’Abruzzo povero. Un’unità che rimane l’unica strada da percorrere per tornare a essere competitiva.

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