24 Settembre 2026

L’opposizione: ci penserà la Consulta. Malumori nella maggioranza sulla circoscrizione estero

La discussione sulla legge elettorale procede a ranghi serrati e si avvia alla conclusione in Senato. Ieri la seduta dedicata agli ultimi articoli non ha riservato sorprese, nonostante la battaglia condotta per tutto il giorno dalle opposizioni: scaramucce sull’accorpamento dei collegi esteri — che provoca qualche malumore dentro FdI — e sugli elettori fuorisede. Oggi il voto finale che chiuderà l’iter a Palazzo Madama, in attesa dell’approvazione definitiva — con fiducia e voto segreto, che le opposizioni chiederanno per tentare un ultimo sgambetto — alla Camera: la discussione a Montecitorio inizierà il 28 settembre. Ma ormai anche le forze di minoranza guardano al dopo: «Una legge incostituzionale che sarà bocciata dalla Consulta magari già a febbraio», si danno coraggio i senatori del M5S e del Pd in Transatlantico.
L’obiettivo della maggioranza è avere la nuova legge elettorale entro la metà di ottobre. La reintroduzione delle preferenze, con capilista bloccati senza tutela dell’alternanza di genere, che aveva tenuto impegnata in una discussione lunghissima il centrodestra, alla fine resiste.
Tiene anche lo sbarramento alle nuove liste, disposto quadruplicando le firme da raccogliere per poterle presentare. Segno di un segreto asse — secondo la lettura maliziosa dalle parti degli esclusi — tra Forza Italia-Udc, che l’hanno voluto e disegnato, e Italia viva. I più colpiti dalla misura che porta da 1.500 a 6.000 le firme da raccogliere in ogni collegio, infatti, sono quei movimenti centristi emergenti — a cominciare da Progetto civico di Alessandro Onorato — destinati a fare concorrenza a Matteo Renzi.
Nonostante i sospetti, quando la norma è saltata fuori venerdì scorso, puntassero anche al Pd (per via del rapporto tra Conte e Onorato nell’ottica della sfida interna per la leadership) i dem ieri erano in piazza per la manifestazione organizzata dall’assessore romano, insieme a tutti i leader del Campo largo. Sulle firme, comunque, non ci sarebbero chance di ottenere ripensamenti nella maggioranza prima dell’approvazione definitiva della legge: lo escludono sia la ministra alle Riforme Elisabetta Casellati sia i dirigenti di FdI come Giovanni Donzelli. Se ne occuperà, confidano dalla minoranza, la Corte costituzionale. «Di questa norma ma anche dell’impianto generale perché questa nuova legge elettorale è un vergognoso imbroglio», tuona Francesco Boccia, capogruppo del Pd.
Le ultime ore di discussione, animate appunto solo dalle opposizioni intervenute senza sosta per tutto il giorno, sono dunque dedicate agli ultimi emendamenti piuttosto marginali. «Tecnici» per la maggioranza, «tentativi di rapinarci seggi», per l’opposizione. Sui collegi per chi vota all’estero, passa l’accorpamento: saranno non più 4 ma 2 per la Camera e non più 4 ma 1 per il Senato. «Hanno creato il collegio unico mondiale, anzi del globo terracqueo», ironizza Alessandra Maiorino senatrice del Movimento 5 Stelle.
Ma l’argomento crea una crepa anche nella maggioranza: il senatore di FdI Roberto Menia presenta tre emendamenti, nel nome del padre della legge per il voto per gli italiani all’estero nel 2006, Mirko Tremaglia, storico esponente della destra. Il governo però ne chiede il ritiro. «Non capisco ma nuntio vobis cum maestitia — dice Menia in una gara di latinorum con Walter Verini del Pd — : li ritiro».

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A.N.D.E.
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