Il presidente francese dovrà inventare un compromesso per il governo, invertire la rotta liberista per politiche sociali invocate dalla stragrande maggioranza dei francesi di qualsiasi colore, portare sulle spalle un macigno di tremila miliardi di debito pubblico

In fin dei conti, ha battuto Marine Le Pen tre volte. Due volte nella battaglia per l’Eliseo e una terza nella più imprevedibile contesa elettorale della recente storia di Francia. Se vale l’immagine del bicchiere mezzo pieno, Emmanuel Macron può vantare il fatto di avere risparmiato alla Francia il salto nel buio della reazione xenofoba, populista ed euroscettica, con implicite e drammatiche ricadute sul fronte europeo e internazionale. La sconfitta dell’estrema destra, dopo tanta euforia, è cocente. La dinamica del consenso popolare si è di colpo invertita, il pendolo è andato a sinistra e forse compromette definitivamente la corsa della Le Pen all’Eliseo, nel 2027.
La compagine presidenziale esce dimezzata all’Assemblea rispetto al 2017 e perde ancora qualche decina di deputati rispetto al 2022, ma è pur sempre la seconda forza nel Paese. Macron ha pagato a caro prezzo l’involuzione accentratrice e narcisistica che quasi sempre diventa la cifra del potere per i presidenti francesi, ma lo «Jupiter» dimezzato, criticato dall’establishment, da tempo inviso alle piazze in subbuglio, è ancora in grado di dare le carte.
In molti hanno ritenuto un azzardo la decisione di sciogliere l’Assemblea e indire elezioni anticipate. Noi avevamo parlato di «mossa del cavallo», lo stratagemma dello scacchista che disorienta l’avversario. Un giudizio esaustivo si potrà dare soltanto nelle prossime settimane o nei prossimi mesi, quando — e se — Macron riuscirà a inventare un governo e una nuova maggioranza in un quadro politico complicato e inedito per la Francia.
I critici, sia a destra, sia a sinistra, continuano a rimproverargli di avere gettato nell’instabilità un Paese già lacerato e scontento. Nel bicchiere mezzo pieno, c’è appunto un’Assemblea fortemente divisa, in cui nessuna forza ha la maggioranza assoluta per formare un governo. Il nuovo Fronte popolare delle sinistre, essendo la componente maggioritaria, ne reclama la guida, ma eventuali alleati non accetterebbero l’ingombrante presenza del radicale Jean-Luc Mélenchon. In un Paese per mentalità poco incline al compromesso e più propenso a ribaltoni schizofrenici, si cominciano ad accarezzare soluzioni all’italiana (genere governi tecnici) o alla tedesca (genere grande coalizione), con la sola certezza che il percorso sarà comunque lungo e complicato.
Per ora, Macron si affida per gli affari correnti ancora al giovane Attal, ma gli «affari correnti» sono le Olimpiadi, i vertici internazionali, i nuovi assetti nella Ue, i conflitti in corso. La voce della Francia rischia di essere, almeno momentaneamente, inaudibile quando dovrebbe essere una delle più autorevoli e più ascoltate. Jupiter dovrà dunque calarsi nei panni di Sisifo: inventare un compromesso per il governo, invertire la rotta liberista per politiche sociali invocate dalla stragrande maggioranza dei francesi di qualsiasi colore, portare sulle spalle un macigno di tremila miliardi di debito pubblico.
La storia non prevede controprove. Possiamo esercitarci sullo scenario alternativo che Macron aveva davanti la sera delle elezioni europee: le sue truppe quasi dimezzate al Parlamento di Strasburgo e il trionfo dell’estrema destra che proiettava inesorabilmente Marine Le Pen alla conquista dell’Eliseo. Avrebbe potuto, come si dice, «tirare a campare», con il suo governo di minoranza praticamente paralizzato dai veti incrociati. Una situazione che apriva un’autostrada al consenso dell’estrema destra. Si è parlato di una decisione impulsiva, in realtà meditata già all’indomani della sconfitta alle legislative del 2022. Naturalmente, nemmeno Macron potrà mai raccontare ai posteri se avesse previsto (e tantomeno auspicato) anche lo sbocco finale, ovvero il ribaltone elettorale e la vittoria delle sinistre unite. Certo è che, come in passato, Jean Marie Le Pen e Marine Le Pen si sono rivelati i migliori «nemici» dei presidenti in carica. I francesi hanno fatto solo in parte una scelta di adesione. Hanno votato il meno peggio, in un’ottica di salvaguardia di valori repubblicani e democratici.Non potendo essere rieletto per la terza volta, e limitato nel mandato in corso, la parabola di Macron volge comunque al grigio. L’ex banchiere, l’ex socialista, l’ex ministro dell’Economia del presidente Hollande, il più giovane presidente della Repubblica, è stato acclamato e amato per la carica di novità e modernità che voleva imprimere alla Francia statica e ripiegata su se stessa, inguaribilmente pessimista. Ha costruito un grande centro, svuotando i partiti tradizionali, le colonne della Quinta Repubblica, il partito socialista e il partito gollista. Si ritrova con un piccolo centro, assediato da due estreme, in una Francia più arrabbiata di prima.

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