Negli Usa e in alcuni Paesi anglosassoni esiste già questa figura. Nel governo italiano no. Eppure dall’intelligenza artificiale alle missioni lunari è sempre più necessario avere un riferimento per quanto riguarda il campo scientifico 

Non è esagerato scrivere che stiamo vivendo in una nuova era di scienza e tecnologia, un mondo di conoscenze possibili e futuri alternativi. Non c’è solo il dibattito sull’intelligenza artificiale a fare da cartina di tornasole. Semmai l’AI è la buccia di un frutto dell’albero della scienza. Tanti gli indizi: il ritorno al nucleare. I virus pandemici o endemici e l’Rna messaggero entrati nel lessico comune. Ancora: il ritorno sulla Luna. Le terapie geniche.Così è curioso, ma non bizzarro, che in questi giorni si siano riuniti presso il ministero degli Esteri 60 responsabili scientifici che lavorano nelle ambasciate in giro per il mondo. A pensarci bene è naturale: gli ambasciatori hanno bisogno di esperti che sappiano maneggiare con l’arte della diplomazia una materia tanto delicata, diventata core business della geopolitica (pensiamo al 5G o all’industria dell’auto elettrica, alle terre rare e ai chip).
L’anomalia semmai è un’altra: il governo italiano non ha un responsabile scientifico. Figure simili esistono nei Paesi anglosassoni, negli Usa e in diverse economie europee. Da noi si preferisce l’uso di commissioni di esperti. Con un caveat: spesso il loro lavoro rimane in un cassetto. Dopo aver perso il ministro dell’Innovazione potremmo ripartire da qui?

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