Dal 2009 l’Europa è stata investita da una sequenza senza precedenti di emergenze: euro, grande recessione, rifugiati, Covid, guerra in Ucraina, crisi energetica

Gli esperti ormai lo chiamano il quindicennio della poli-crisi. Dal 2009 l’Europa è stata investita da una sequenza senza precedenti di emergenze: euro, grande recessione, rifugiati, Covid, guerra in Ucraina, crisi energetica. Il costo della vita è fortemente aumentato, mettendo in difficoltà moltissime famiglie. Gli effetti del cambiamento climatico sono diventati a loro volta più evidenti e tangibili. Fra gli elettori, i sentimenti di paura superano oggi quelli di speranza: i sondaggi segnalano che sei elettori su dieci (in media Ue) pensano che le cose andranno ancora peggio in futuro.
Le varie crisi hanno colpito i cittadini in modi diversi. Come ha detto Emmanuel Macron, alcuni temono la fine del mese, altri la fine del mondo. Ogni crisi ha dato origine a un proprio bacino di elettori impauriti. Un recente sondaggio li ha contati. La prima fonte di preoccupazione è il Covid, che ha creato 73,7 milioni di impauriti (su 400 milioni di elettori); poi vengono il mutamento climatico (73,6 milioni), la crisi economica globale (70,9), l’immigrazione (58) e la guerra in Ucraina (46,9).
Sappiamo che la paura è una delle principali fonti di mobilitazione sociale e politica. Oggi quasi un terzo della popolazione dell’Unione europea risiede in contesti territoriali che hanno subito un declino relativo durante gli anni della poli-crisi. La paura è aumentata perché si è diffusa una oggettiva insicurezza.
Il potenziale di protesta è dunque molto alto: non solo fra i ceti sociali più svantaggiati, ma anche fra le fasce basse del ceto medio (pensiamo alla rabbia degli agricoltori per i nuovi vincoli ambientali).
Sono stati soprattutto i partiti di estrema destra a catturare il consenso degli impauriti, facendo leva sul loro risentimento e orientandolo verso qualche capro espiatorio: la casta, gli immigrati, e soprattutto l’Europa dei tecnocrati. L’Unione europea non merita certo il biasimo di marca populista. È vero però che durante la poli-crisi c’è voluto troppo tempo perché i governi nazionali superassero i conflitti basati su interessi opportunistici e adottassero invece una strategia di coordinamento centralizzato. Bisogna però considerare che le risposte serie non possono essere improvvisate e devono avere lo sguardo lungo: non è facile produrre impatti immediati. L’asimmetria fra le promesse dei pifferai populisti e le realizzazioni di chi governa (anche a Bruxelles) distorce la competizione elettorale a favore dei primi.
C’è però almeno una buona notizia per il futuro. Durante la poli-crisi, nonostante le difficoltà, si sono posati diversi mattoni per accrescere le capacità di risposta economico-sociale da parte della Ue. Pensiamo all’Unione europea della salute costruita durante il Covid, al Fondo Sure per sovvenzionare le casse integrazioni nazionali, e naturalmente al Next Generation Ue. Inoltre, anche se meno visibili, sono state lanciate diverse iniziative per contrastare direttamente impoverimento e insicurezza. Pensiamo ai fondi per gli aiuti agli indigenti, per l’adattamento alla globalizzazione, per la transizione verde e le spese legate alla ristrutturazione energetica. Il bilancio comunitario è praticamente raddoppiato e oggi raggiunge circa il 2% del Pil totale Ue.
Come ha ben scritto domenica scorsa Lucrezia Reichlin su queste colonne, la Ue si trova oggi ad affrontare la maggiore vulnerabilità macro-economica del dopoguerra. Servono politiche ambiziose di collaborazione e condivisione dei rischi fra Paesi, le quali richiedono uno scatto in termini di leadership politica, altrimenti «integrazione e democrazia si logorano a vicenda». Nella storia degli Stati nazionali (anche le cosiddette federazioni storiche, come Usa e Svizzera), l’inevitabile tensione fra apertura e rafforzamento dei mercati, da un lato, e stabilità democratica dall’altro lato è stata ammortizzata dalle politiche sociali. Nonostante la cura dimagrante imposta dall’austerità (in alcuni ambiti e Paesi, una cura salutare), i sistemi nazionali di protezione hanno svolto un ruolo cruciale nel compensare rischi e bisogni della popolazione. La poli-crisi ha però dimostrato che il welfare nazionale da solo non ce la fa più: c’è bisogno di più Europa.
Va innanzitutto rafforzata la dimensione sociale del mercato interno. Nel recente Rapporto sul mercato interno preparato per la Commissione e il Consiglio, Enrico Letta ha avuto una originale intuizione: la Ue non deve limitarsi a tutelare e sostenere solo la libertà di movimento, ma anche la libertà di non farlo, ossia restare nel contesto di residenza, senza subire un destino di marginalizzazione. Ciò richiede un incisivo irrobustimento delle politiche di coesione, di inclusione e per il capitale umano.
Sarebbe poi opportuno non disperdere l’esperienza maturata con il Fondo Sure (ormai scaduto) e il Next Generation, che scadrà nel 2026. Senza sostituirsi ai sistemi di welfare nazionali, la Ue dovrebbe supportarli con una sorta di rete collettiva di sicurezza: una garanzia finanziaria «di seconda linea» che scatti quando eventi eccezionali generano esigenze di spesa insostenibili a livello esclusivamente nazionale. Un vasto programma, certo, ma non irrealizzabile. E forse l’unico in grado di recuperare il sostegno degli impauriti alla causa europea, sottraendoli alle seduzioni sovraniste.

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