12 Febbraio 2026

Perché Giorgia Meloni è ancora oggi molto vicina a Donald Trump? Un anno fa, tre solidi motivi potevano spiegarlo.
Primo, l’affinità ideologica e di visione politica tra due esponenti di punta del nazionalismo conservatore, uno in America, l’altra in Italia e in Europa.
Secondo, la convenienza politica: essere l’unico capo di governo europeo in grado di parlare a Trump con scioltezza, riscuotere visibilmente la sua fiducia era un fattore di prestigio e di forza, spendibile dalla premier Meloni nell’arena politica italiana e forse dall’Italia nel contesto europeo e globale.
Terzo, una missione strategica: all’apparire dei primi contrasti tra gli Stati Uniti e l’Europa, la nostra premier si è data l’obiettivo, in sé lodevole, di essere un ponte tra le due sponde dell’Atlantico e di preservare l’unità dell’Occidente.
Al passare del tem po, tuttavia, è emerso con evidenza che l’ostilità del presidente Trump verso l’Europa, e in particolare verso l’Unione europea, non era alimentata tanto da specifici dissensi quanto da una dottrina geopolitica ben radicata nel movimento Maga.
Inoltre, i più duri colpi di maglio ai rapporti transatlantici e alla coesione dell’Occidente venivano inferti proprio dal presidente Trump, più portato a rispettare i leader autoritari delle grandi potenze autocratiche come la Russia o la stessa Cina che i grigi governanti delle democrazie liberali.
Infine, negli ultimi mesi sono cresciute, in America e nel mondo, le preoccupazioni per — chiamiamolo così — lo stile di governo del presidente Trump, forse legato anche ad alcuni tratti della sua personalità. Senza processi alle intenzioni e guardando solo ai fatti, è ormai chiaro che Trump non considera più lo stato di diritto come un vincolo, né sul piano interno né su quello internazionale. Egli stesso ha del resto dichiarato il 9 gennaio al New York Times: «Io non sono tenuto a rispettare il diritto internazionale. La mia moralità e il mio giudizio sono la sola cosa che può fermarmi».
Che vi siano decine di milioni di americani che appoggiano questo loro carismatico presidente nell’esercizio di poteri assoluti, al di là della loro Costituzione e dei Trattati internazionali approvati dagli Stati Uniti, non può essere invocato come attenuante («è stato eletto») alla sistematica distruzione dello stato di diritto, in America e nel mondo, per fare posto alla prepotenza del più forte.
Negli Stati Uniti i sondaggi mostrano peraltro un forte declino del tasso di approvazione dell’operato di Trump, che si colloca ora mediamente al 40 %. Eppure loro, gli americani, dovrebbero sentirsi gli esclusivi beneficiari delle politiche del presidente («America first», «Make America Great Again»).
A maggior ragione gli europei, i bastonati per eccellenza, cominciano a rivoltarsi contro gli atteggiamenti e le misure di Trump, anche nei Paesi che tradizionalmente — per le molte valide ragioni storiche che conosciamo — sono stati molto in armonia con gli Stati Uniti.
Secondo il recentissimo sondaggio di «Grand Continent» il 90% degli italiani, francesi e tedeschi vede in Trump tendenze autoritarie o addirittura dittatoriali. In quegli stessi Paesi, quasi il 70% degli interpellati considera la sua politica estera come un disegno di ricolonizzazione e predazione.
Alla luce di questi dati, è difficile ormai vedere una convenienza politica nella fedeltà ad oltranza. Insomma, dei tre solidi motivi che un anno fa potevano spiegare il desiderio di Giorgia Meloni di essere molto vicina a Donald Trump — affinità ideologico-politica, convenienza politica, missione per l’unità dell’Occidente — il secondo e il terzo si sono evaporati.
Se questa analisi è corretta, la particolare vicinanza che persiste deve essere legata essenzialmente all’affinità ideologica e di visione politica. Questo può anche fare onore alla nostra premier: anche quando vengono meno le convenienze politiche, le convinzioni ideologiche vengono mantenute.
Questa sarebbe però una conclusione molto preoccupante, per l’Italia.
Già nello scorso aprile, alla vigilia della prima visita di Giorgia Meloni alla Casa Bianca, osservavamo su queste colonne che se per ingraziarsi Trump avesse assunto una postura subordinata, senza prendere in alcun modo le distanze dai primi segni evidenti del regime autoritario che si stava profilando, travolgendo gli argini rappresentati dallo stato di diritto, avrebbe corso un rischio.
Certi tratti dell’autoritarismo di Trump si avvicinano ad alcune caratteristiche che l’Italia per fortuna non ha più visto, dopo il regime fascista. Non dare segno, nelle parole e nei fatti, di prendere le distanze da questi aspetti di Trump, sempre più evidenti al passare dei mesi, la metterebbe in difficoltà sul presente e sul futuro, ancora più importanti della lettura del passato. Una vicinanza, con un silenzio acritico, all’autoritarismo di Trump oggi, anche nei confronti dell’Europa, creerebbe allarmi che neppure una secca condanna del fascismo potrebbe attenuare.
Un tale atteggiamento potrebbe inoltre destare preoccupazioni fondate anche rispetto ad altre iniziative del governo e della maggioranza.
Si prenda la riforma della giustizia. Sul referendum io ad esempio sono indeciso, vedo luci e ombre. Ma se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria. Meglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo.

A.N.D.E.
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.