Mai abbiamo avuto una serie di elezioni, così importanti per gli equilibri mondiali, concentrate in pochissimi giorni. Domenica scorsa il Brasile, ieri Israele e martedì prossimo gli Stati Uniti. Nei commenti, nelle infinite e a volte sterili discussioni sulle conseguenze che gli esiti potranno avere nelle relazioni internazionali, si commette frequentemente un errore. Quello di pensare che i votanti si comportino come ci comporteremmo noi se fossimo al loro posto. A destra come a sinistra. Un processo non di immedesimazione nelle condizioni di brasiliani, israeliani e americani, ma di inconsapevole sostituzione. Salvo poi giudicarli male se deludono le personali attese. Ma come è possibile, per esempio, che dopo tutto quello che è accaduto, dal pogrom del 7 ottobre 2023 in poi nella striscia di Gaza, i consensi per il blocco elettorale di Netanyahu siano stati così massicci? La democrazia israeliana non si può dire che non abbia dato prova, con una massiccia affluenza del voto arabo, di vivacità e solidità. E qualcosa di analogo potrebbe accadere nel voto di midterm visto che in alcuni degli stati in bilico le questioni locali prevalgono del tutto sulle sorti della democrazia americana e sul “potere imperiale” del suo presidente. Anche il voto che non ci piace, lontano da ciò che si pensa sia giusto od opportuno, va accettato. Altrimenti si scivola nell’area del sospetto, si contribuisce a togliere legittimità al verdetto elettorale, come si appresta forse a fare lo stesso presidente americano se martedì prossimo gli andrà male. E, di conseguenza, lungo questa deriva, anche i risultati favorevoli, quelli che ci piacciono, appariranno meno netti e persino sospetti. Quando ci immedesimiamo, o ci sostituiamo, al voto degli altri, dimentichiamo spesso che le paure e gli interessi contano più degli ideali. Come forse facciamo noi, quando ci tocca andare alle urne. Ma quando votano gli altri siamo più idealisti. E tifosi.
