6 Settembre 2026

È probabile che la riforma elettorale voluta dal governo alla fine sarà approvata. La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, tuttavia, rappresenta un segnale da non trascurare. Segna una battuta d’arresto ascrivibile per intero alla maggioranza presieduta da Giorgia Meloni. E sottolinea le difficoltà di tenuta di una coalizione di destra che finora non aveva dato segni di cedimento: nemmeno su temi estremamente divisivi come la politica estera e il sostegno all’Ucraina.
La premier ieri aveva rivolto un invito agli avversari a «metterci la faccia», senza usare il voto segreto per cercare di metterla in difficoltà: un appello caduto nel vuoto, anche perché le opposizioni sapevano che il «no» alla riforma elettorale è uno dei pochi argomenti sui quali riescono a dimostrare un simulacro di unità. Ma visto quello che è successo nell’Aula di Montecitorio, si potrebbe maliziosamente pensare che l’esortazione di Meloni fosse indirizzata anche ad alleati che avevano manifestato un’evidente ostilità nei confronti delle preferenze.

Formalmente, avevano accettato il compromesso offerto da Palazzo Chigi. Nei fatti, lo hanno smentito in modo bruciante in una votazione sul filo di lana che non può non incrinare i rapporti di fiducia tra sodali della coalizione: tanto più a neanche un anno dalle elezioni politiche.
Il colpo, inutile sottolinearlo, è soprattutto a Meloni, che sulle preferenze aveva scommesso molto anche per non smentire un suo orientamento storico. È il suo merito, e insieme il suo limite: nel senso che puntando su questo risultato e caricandolo di un significato forse eccessivo, ha ottenuto un effetto opposto e paradossale.

Adesso sembra quasi che la sconfitta sia solo la sua, e non di Forza Italia e Lega, che come minimo non sono stati in grado con i loro leader di controllare i propri parlamentari: sempre che non abbiano assecondato lo smarcamento. Eppure, se si può parlare di colpo al governo, riguarda tutti e non soltanto Giorgia Meloni. Forse, l’unica colpa, se si può definire così, è di avere sottovalutato quanto per Antonio Tajani e Matteo Salvini e soprattutto per le loro truppe le preferenze fossero un colpo alla propria sopravvivenza. Come minimo il partito della premier non ha visto o non ha voluto vedere arrivare la piccola, determinante pattuglia dei franchi tiratori di antica memoria.

Il tema, adesso, è come superare un incidente che incrina la fiducia reciproca e rischia di rinfocolare le polemiche seguite alla sconfitta nel referendum sulla giustizia del marzo scorso. Non sarà facile. A caldo, ieri sera si parlava di tentazioni di crisi di governo, di possibili dimissioni di una premier esasperata da segnali di disfacimento della sua coalizione. Alle opposizioni non pare vero potere additare le crepe di una maggioranza in apparenza imbattibile; e di nascondere dietro lo schermo del voto alla Camera le profonde ambiguità e contraddizioni che la mostrano divisa sulla politica estera, sull’economia, sulle candidature a Palazzo Chigi.

Ritenere la prospettiva di una crisi una via d’uscita saggia sarebbe un abbaglio. Somiglierebbe piuttosto a un esito avventuroso, con la situazione internazionale tanto fluida quanto pericolosa. In più, si tratterebbe di un atto di resa che comporterebbe un passaggio parlamentare traumatico e chiamerebbe in causa il ruolo del presidente della Repubblica. Meglio rilevare che da alcuni mesi è cominciata una nuova fase della quale tutti, governo e opposizioni, faticano a prendere atto: un cambio di stagione del quale il filorusso Roberto Vannacci è solo il sintomo, quanto si vuole negativo ma ingombrante.

Richiama tutti, governo e avversari, a rivedere non le strategie ma il modo di rapportarsi con l’elettorato; di abbandonare la vocazione alla polemica, alla propaganda e alle forzature, e cominciare a rivolgersi al Paese con una volontà e capacità di dire anche le verità più scomode, rinunciando alle parole d’ordine di quella demagogia che da alcuni anni si chiama populismo: di destra e di sinistra. L’incidente parlamentare di ieri sera può apparire minore su questo sfondo di crisi di sistema. Ma a guardare bene ne è un riflesso e insieme costituisce un ammonimento. Sarebbe davvero paradossale se un esecutivo che si avvia a battere il record di longevità si confinasse per reazione ai margini per un episodio grave ma superabile.

Semmai, la lezione di quanto è accaduto è che non bastano una riforma elettorale né un premio di maggioranza per garantire la stabilità, quando nella pancia delle coalizioni ristagnano e marciscono problemi irrisolti. Vale per la destra, ma forse ancora di più per sinistre e M5S. Si tratta di prenderne atto quanto prima. Finora, tuttavia, non si può non constatare che nessuno ha avuto ancora il coraggio o la forza di farlo. Ma il prezzo non lo pagano i governi e i suoi avversari: lo paga l’Italia.

A.N.D.E.
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