Le forze curde (Sdf) e il governo siriano hanno annunciato il primo accordo per il cessate il fuoco e una «integrazione graduale», anche militare, dell’esperienza curda nel nuovo stato post Assad
Un piccolo sasso scagliato nel mare dell’indifferenza. Le forze curde (Sdf) e il governo siriano hanno annunciato il primo accordo per il cessate il fuoco e una «integrazione graduale», anche militare, dell’esperienza curda nel nuovo stato post Assad. A Kobane e in questa area a nord est della Siria, solo fino a una settimana fa si sparava, con l’ennesima piaga di oltre centomila profughi.
È un accordo molto debole, ma è l’unica novità da anni a questa parte. Il governo siriano controllerà risorse (petrolio) e infrastrutture, ma ha riconosciuto l’esperienza curda e garantito la sua autonomia. Stati Uniti e Francia hanno parlato di «tappa storica» ed è evidente un via libera turco, dopo decenni di attacchi.
I curdi abitano da millenni nella Turchia, in Iran, in Iraq, nella Siria e nella Repubblica di Armenia. La parte centrale di questa area prende il nome di Kurdistan proprio per la prevalente presenza curda, ed è una «nazione» (cioè una comunità di individui che condividono la lingua, il territorio, la storia, le tradizioni, la cultura) ma non è uno Stato, perché i tentativi di costituirlo sono stati tutti traditi e repressi, dalle potenze locali e mondiali.
Nel 2014 cinquemila curdi di etnia yazida vennero sterminati a Shengal da milizie Daesh dell’autoproclamato stato islamico. Migliaia di donne vennero seviziate e torturate. Oltre 350.000 persone vennero costrette a fuggire. Nel 2018 un’attivista yazida, Nadia Murad ha vinto il Premio Nobel per la pace dopo essere stata rapita dai miliziani Daesh.
Di questo primo, fragile, accordo dovranno essere verificati il rispetto dell’originale esperienza politica curda del Rojava e il fondamentale ruolo femminile, anche nel loro esercito. Tra i promotori l’Italia non compare. Siamo tra i molti che hanno voltato le spalle quando i curdi venivano massacrati e tra i pochi che non hanno avuto neanche la decenza di riconoscere il loro genocidio.
