Xi Jinping propone a chi vorrà seguire la Cina sulla via di una «nuova governance globale», alternativa al primato mondiale degli Stati Uniti, scosso quanto a credibilità e simpatie

Un’alternativa al primato mondiale degli Stati Uniti, scosso quanto a credibilità e simpatie degli alleati dalla politica spregiudicata di Donald Trump che pensa di risolvere ogni problema (dell’America) con i dazi. È questo che Xi Jinping propone a chi vorrà seguire la Cina sulla via di una «nuova governance globale». L’offerta, non nuova, è stata rilanciata dal vertice di Tianjin che ha riunito quasi una trentina di capi di governo del cosiddetto Sud del pianeta. La riunione di personaggi dal profilo non proprio raccomandabile, come Vladimir Putin, il presidente bielorusso Lukashenko, quello iraniano Pezeshkian, il comandante della giunta golpista di Myanmar, è stata benedetta dalla presenza del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, che ha elogiato il ruolo della Repubblica popolare cinese a difesa del multilateralismo sotto attacco da parte di «politiche difficili da comprendere, che a volte sembrano più uno show che uno sforzo diplomatico serio». Il riferimento all’uomo della Casa Bianca e dell’America first non è stato neanche troppo velato.
Xi promette un mondo multipolare, ordinato e più giusto contro la «turbolenza dei nostri tempi». La sua Cina trova sempre più spazio nelle organizzazioni internazionali vilipese da Trump. Già da tempo i caschi blu mandarini sono al primo posto per numero tra i cinque grandi del Consiglio di Sicurezza nelle missioni di mantenimento della pace: i contingenti inviati dall’Esercito popolare di liberazione contano il doppio degli effettivi di Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti messi insieme. Si continua a prevedere che per sorvegliare il cessate il fuoco che prima o poi verrà lungo il confine tra Russia e Ucraina, sarà necessario fare ricorso anche ai militari cinesi.
Contro il disordine e per la pace bisogna fare affidamento su Pechino allora? Sappiamo che il principale sostenitore e propagandista della tesi cinese è l’amico del cuore di Xi, il russo aggressore Putin che non ha remore nel parlare dalla riunione di Tianjin di «un nuovo sistema di stabilità e sicurezza in Eurasia». L’ambiguità di Pechino riguardo all’Ucraina è nota: si è proclamata neutrale, ma ha puntellato l’economia di guerra di Mosca e recentemente il ministro degli Esteri Wang Yi avrebbe detto che Pechino vuole semplicemente che la Russia non perda il conflitto, per evitare che gli Stati Uniti abbiano la possibilità di concentrarsi sulla Cina. Secondo il ragionamento cinico di Wang, durante un colloquio con la responsabile della diplomazia europea Kaja Kallas, il sostegno economico è stato diretto solo a questo: altrimenti, con aiuti consistenti in armi, Putin avrebbe già vinto la guerra. La frase del ministro mandarino è stata rivelata dal South China Morning Post, giornale in lingua inglese di quella Hong Kong che dal 2020 è stata normalizzata dalla Legge di sicurezza nazionale cinese.
Il linguaggio internazionale di Xi è spesso poetico e visionario. Ma la politica estera cinese ricorda sempre al mondo la logica dei suoi numeri, dall’economia alla potenza militare. Le date delle ricorrenze non si possono spostare e il 3 settembre ricorre l’80° anniversario della Vittoria nella grande guerra patriottica di liberazione dall’occupazione giapponese. Sarà celebrata con una imponente parata di soldati e sistemi d’arma: uno specchio delle ambizioni della Cina.
Buona parte dei leader che credono nel progetto multilateralista e ri-globalizzatore di Xi si trasferiscono sulla tribuna di Piazza Tienanmen per assistere all’evento. Saranno una pattuglia, perché nonostante Putin sostenga che il fronte anti-americano e anti-occidentale sia ormai maggioranza, solo 26 leader di governo hanno accettato l’invito. Non parteciperà neanche il premier indiano Narendra Modi, che pure a Tianjin è stato protagonista di un grande riavvicinamento con Xi, spinto anche se non soprattutto dai dazi al 50% imposti da Washington all’export di New Delhi.
In compenso, il cerimoniale cinese ha deciso di offrire al nordcoreano Kim Jong-un l’opportunità di mischiarsi in un consesso internazionale, per la prima volta da quando regna su Pyongyang. Forse è il modo cinese per ricordare al Maresciallo-cliente che, nonostante il suo recente abbraccio a Putin, il suo piccolo Paese devastato dal malgoverno e dalle sanzioni deve a Pechino il 90 per cento dei suoi sparuti scambi commerciali. Forse è anche un premio per il sangue versato dai soldati nordcoreani spediti sul fronte della guerra con l’Ucraina. Comunque sia, l’invito è la prova che Kim fa parte del progetto «multilateralista» di Xi.
Presentare la Cina come attore di pace e stabilità e subito dopo far sfilare migliaia di soldati, missili ipersonici e anti-nave, droni e carri armati che potrebbero un giorno servire a prendere Taiwan, è una contraddizione. Ma le date storiche sono date.
Però, la Cina cavalca la ricorrenza per ricordare al mondo che la sua guerra di liberazione è durata tre volte di più di quella combattuta dagli Stati Uniti contro il nazifascismo: Xi ha detto che bisogna «correggere» la prospettiva della Seconda guerra mondiale, considerando che Cina e Unione Sovietica furono i principali teatri del conflitto in Asia ed Europa; la stampa di Pechino precisa che l’aggressione giapponese alla Cina cominciò nel 1931 e la resistenza solitaria durò 14 anni fino alla vittoria nel 1945. L’aiuto americano durante la lotta contro i giapponesi viene sminuito dagli storici cinesi, secondo i quali gli Stati Uniti volevano solo proteggere i propri interessi. È vero, ed è trascurato dalla storia occidentale, che il fronte cinese è servito alla strategia americana nel Pacifico, ma è una forzatura dare a intendere, come fa Xi, che per la liberazione dai giapponesi Pechino debba più all’Unione Sovietica che agli Stati Uniti. Il preteso multilateralismo della Cina è a senso unico.

A.N.D.E.
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